Rassegna storica del Risorgimento

anno <1954>   pagina <206>
immagine non disponibile

206
Franco Venturi
corneale nella repubblica letteraria, in larghi strati della nobiltà e della bor­ghesia di tutto il continente, che sviluppava tutta una serie di imprese di diffusione delle idee nuove, dalla massoneria all'Enciclopedia, che penetrano così da Mosca a Madrid. Gli stati italiani fanno parte dell'Europa dei lumi (e di che cosa altro avrebbero potuto far parte?), sono un aspetto di essa. Storicamente non esiste altro problema se non quello di precisare rapporto dei singoli centri della penisola al comune mondo dei lumi, il legame che li stringe or a questa or a quella corrente dell'illuminismo europeo. L'Italia co­smopolita del Settecento ha saputo vìvere ad un Livello di civiltà cosi alto che non merita davvero l'errore storico d'un confronto con l'Italia nazionale dell'Ottocento.
L'unico utile confronto che dobbiamo fare è con gli altri centri dell'Eu­ropa del medesimo periodo.
Per capire i rapporti con la cultura francese è necessario innanzi tutto renderci ben conto che la Francia, naturalmente assieme all'Inghilterra, non fu mai pienamente un paese di dispotismo illuminato. I due maggiori stati del Settecento, malgrado diversi e ripetuti tentativi, eran già troppo avanzati perchè quest'ideale potesse attecchirvi durevolmente. A Parigi, alla metà del secolo, mancavano i due elementi costitutivi d'ogni dispotismo illumi­nato: Luigi XV non era un despota e i lumi vivevano ormai una loro vita auto­noma. Il partito dei filosofi era già una forza, accanto ai parlamenti, ai gianse­nisti, alle prime espressioni politiche delle diverse classi sociali. La monarchia si dimostrò incapace di farsi centro delle riforme e cioè di realizzare quel­l'azione che altrove era ancora in grado di riunire gli elementi intellettuali e le forze più attive della società. L'assolutismo illuminato è fenomeno austriaco, prussiano, russo, di diversi stati italiani ecc., non pienamente francese.
In ciò sta la radice delle diversità esistenti tra la cultura politica che si sviluppa a Parigi da una parte, a Milano, Firenze, Napoli dall'altra. I nostri riformatori costituiscono ima classe dirigente illuminata. I e philosophes son già una nuova corrente politica, un partito. Basta guardare alle bio­grafie degli uomini per vederlo. Ve li immaginate Diderot e Rousseau alti funzionari? Beccaria e Verri lo furono. Perciò anche questi ultimi, malgrado i tanto forti legami che li uniscono all'enciclopedismo, non possono accettare il fanatismo, lo spirito di congiura, lo spirito di partito che essi videro nei loro colleghi parigini quando Alessandro Verri e Cesare Beccaria si recarono a riscaldarsi al focolare dei lumi nel 1766. Tutta la corrispondenza dei Verri è fondamentale per intendere questa distinzione fra Milano e Pa­rigi. Anche per questa ragione è un vero peccato (mi sia concessa un'altra parentesi) che la pubblicazione di questo meraviglioso documento del nostro Settecento non sia celermente portata a termine.
Quest'impressione dei viaggiatori milanesi può essere svolta in tutto un quadro dei rapporti tra lumières e lumi. Diderot è piò. noto in Italia per i suoi drammi che per le sue idee filosofiche. D'Holbach non e ignorato, tutt'altro, ma è meno letto di d'Alembert. Quest'ultimo non sembra l'ot­timo, massimo filosofo soltanto ad Alessandro Verri. 11 suo spirito positivo e la sua minore arditezza politica inducono Lomellini, doge di Genova, a tradurlo e tanti altri ad ammirarlo. La storia di Rousseau prima della Rivo­luzione francese, ci dimostra come il fermento di ribellione non soltanto individuale, ma politico, che è contenuto nei suoi scritti, penetri lentamente