Rassegna storica del Risorgimento

anno <1954>   pagina <207>
immagine non disponibile

La circolazione delle idee
207
e trovi soltanto in qualche isolato, come Dalniazzo Vasco, un'eco attiva e pratica. Le vicende dell'edizione italiana dell'Enciclopedia sono un esempio caratteristico della protezione e del limite che la cultura illuminista francese trova da noi all'ombra del geloso giurisdizionalismo della piccola Lucca 0 della politica riformatrice di Leopoldo, a Livorno.
Questo inventario potrebbe facilmente continuare, mostrandoci come e dove lo spirito di riforma dei vari centri italiani cercasse e trovasse il suo alimento neirilluininismo francese. Anche l'eclettismo che spesso consta­tiamo nei nostri pubblicisti e che forse Morì ha posto troppo in rilievo recen­temente nei suoi studi sulla Toscana di Pietro Leopoldo, quell'unirc e con­fondere uomini e valori in realtà diversi e magari contraddittori, è una forma di assimilazione, compiuta talvolta per semplice incapacità a distinguere, ma talvolta anche invece allo scopo di creare un più generico e comune lin­guaggio dei lumi. E soprattutto quel che può sembrare talvolta provincia­lismo si rivela come uno sforzo di adattamento a necessità locati. L'incom­prensione per i dibattiti interni del gruppo parigino nasconde altri dibattiti, legati a compiti differenti. Lo studio delle influenze culturali rivela cosi la sua intrinseca debolezza storiografica e ci fa tornare agli uomini concreti e al rapporto delle idee con i reali bisogni, uomini e rapporti che costituiscono la sostanza della storia della cultura.
Lo spirito delle riforme è legato alla sua interna logica. Riformare l'amministrazione della giustizia, la mentalità e la realtà economica, abbat­tere privilegi, creare una nuova corrente di circolazione delle merci e delle idee, voleva dire, nel Settecento italiano, accettare sostanzialmente la situa­zione politica esistente. La divisione cioè dei vari stati e l'equilibrio creatosi dopo le guerre di successione tra le diverse influenze diplomatiche straniere. Verri sa perfettamente di poter agire soltanto entro il quadro dell'Impero, Gianni e Scipione de Ricci nella situazione creata da Leopoldo di Toscana, gli ammirevoli scolari di Genovese entro i confini della monarchia borbonica. Essi possono dedicarsi con tanto maggiore entusiasmo ed intelligenza al loro compito di riforma della società e della macchina statale in quanto accettano la situazione politica esistente. L'antipolitica defl'iUuminismo non è un vezzo o una moda e neppure un errore, è l'espressione chiara di una necessità, del distacco dalla monarchia assoluta in Francia, della volontà di accettare la situazione data e di servirsene per le riforme in Italia.
Ancora nel 1796 Gianni faceva sentire la voce autentica, anche se ormai in ritardo, del riformismo settecentesco: guai per l'Italia e per i suoi vicini se divenisse una potenza nel teatro della politica europea... La floridità d'Italia, che si ammira, nasce dalla divisione degli stati ch'essa contiene... Repubbliche e principati in Italia hanno prosperati i loro popoli nei rispet­tivi cantoni nell'opportunità offertegli dalla natura della località, ma così non sarebbe accaduto se tutte le attività dei piccoli governi e delle piccole nazioni non fossero state concentrate in piccoli spazi di territorio. Tutto lo scritto di Gianni varrebbe la pena di citare, tanto esso è caratteristico. Ma mi basterà rimandare al commento di Ettore Passerin d'Entrèves, che lo ha recentemente pubblicato.
Non ci stupiremo dunque vedendo che i maggiori frutti teorici del ri­formismo italiano non stiano nelle teorie politiche, ma nelle discussioni sulla legislazione civile e penale e nello studio dell'economia.