Rassegna storica del Risorgimento

anno <1954>   pagina <210>
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Franco Venturi
all'articolo di Carli sulla patria degli Italiani che sembrò taato nettamente una stonatura alle orecchie cosmopolite di Verri. Ma il suo significato può essere inteso soltanto se ci rifacciamo alle dispute sulla parola patria che sorgono in Francia a mezzo il secolo decimottavo, a quel primo cristal­lizzarsi dei patriottismi che accompagna la guerra dei sette anni, preceduto da quel vagheggiamento del genio delle diverse nazioni su cui Carlo Antoni ci ha fornito tante preziose indicazioni e accompagnato dalla reazione con­tro la cultura francese che comincia a farsi notare nello Sturm und Drang tedesco.
Per portare un piccolo contributo all'approfondimento di questo pro­blema vorrei qui ricordare come una delle più acute disamine del problema nazionale nell'Italia settecentesca, che va nettamente al di là dell'espressione di sentimenti o dei numerosi progetti diplomatici, sia dovuto alla penna di un francese, Alessandro Deleyre. Un uomo, del resto, di notevole valore, a torto dimenticato. Basti dire che fu l'unico degli enciclopedisti, degli amici di Diderot e di Rousseau, a sedere sui banchi della montagna, alla conven­zione. Da Parma, dove lavorava accanto a Condillac da quella Parma settecentesca che è stata così accuratamente studiata da Bédarida egli ammira l'attività illuminista del gruppo milanese del Caffè, vede gli ele­menti di novità che stanno attorno a lui, ma cerca pure di indagare le ragioni economiche che avevano arrestato lo sviluppo italiano esente tutta l'impor­tanza del fatto che manchi un centro di raccolta delle energie nuove, una capi­tale, una Parigi. Vede la soluzione in una sorta di federazione degli stati italiani, che doveva avere essenzialmente la funzione di unificare le forme di governo e di porre rimedio alla fonie d'incohérences qui resuite de tant de constitutions altérées ou mal conformées par un mélange de gouver-nement féodal, ecclésiastique, militaire, monarchique, étranger, national, enfin compose de tous les gouvernemcnts parce qu'il n'est dans les liniites d'aucun . Tutta la discussione suscitata da questo articolo è di notevole interesse. L'abate Pozzi, uno dei contraddittori, fece appello anche a Vico per refutare le accuse di eccessivo tradizionalismo, quasi d'archeologismo, lanciate da Deleyre contro la vita intellettuale italiana. Nuova e vecchia cultura, vecchio e nuovo sentimento nazionale s'incontrano e s'incrociano in questa interessante polemica.
Un altro elemento costitutivo dell'epoca delle riforme, che è insieme un fermento di dissoluzione dell'equilibrio raggiunto un momento, dobbiamo ricordare, sia perchè ebbe notevole importanza nel modellare le reazioni degli Italiani di fronte alla rivoluzione della fine del secolo, sia perchè costi­tuisce uno degli elementi della nostra cultura in cui più evidente e rigido è il carattere internazionale. Da quando si è superato, da noi come oltr'Alpe, il letterario disdegno di Sainte Beuve per il giansenismo posteriore alla bolla Unigenilusr ci si è accorti di quale sia stato il suo peso storico in Francia come in Italia. Gli studi di Jemolo ci hanno aperto tutto un nuovo campo di lavoro. Gli studi del dopoguerra, ai quali naturalmente intendo limitare, in questo come in altri casi, questa mia sommaria rassegna, hanno avuto un felice inizio col libro di Dammig che ha rinnovato la nostra conoscenza della Roma giansenista e ci ha mostrato tutta l'importanza dei contatti interna­zionali del Cardinal Passione!, o più tardi, del gruppo che faceva centro a casa Corsini. Le indagini di Codignola, di Passerài d'Entrèves, le mono-