Rassegna storica del Risorgimento

anno <1954>   pagina <212>
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Franco Venturi
luglio. Poiché avremo il piacere di ascoltare l'autore di questi studi, non mi resta che cedergli la parola a questo proposito, come su tanti altri aspetti dei rapporti tra il nostro Risorgimento e l'Europa.
Se Buonarroti sta al centro del nostro giacobinismo, il problema storico di questo movimento si allarga naturalmente al di là della sua attività e dell'azione degli uomini che da lui furono influenzati. La questione è talmente importante che sorge spontanea la tentazione di trasformare il giacobinismo in una categoria politica, creando uno schema capace di comprendere le rivoluzioni moderne, così come il machiavellismo, l'assolutismo, il liberali­smo, la democrazia, il socialismo vengono di volta in volta a designare fatti lontani nel tempo e nello spazio. Questa teorizzazione del giacobinismo, che ha tutta una sua storia ottocentesca, ci è stata ripresentata recentemente, in una forma particolarmente sentita, negli scritti postumi di Gramsci.
Ma proprio l'osservazione di quel che realmente avvenne in Italia quando le armate della rivoluzione varcarono le Alpi, ci dimostra quanto pericoloso sia tentar di ridurre a paradigma il giacobinismo. Termidoro era già avve­nuto. Il club dei giacobini era già chiuso. La politica dei nostri giacobini può esser capita soltanto a condizione di vederla nel quadro del Direttorio. Meno utile il paragone con quel '93 che non abbiamo sperimentato.
Logico era, dal suo punto di vista, Buonarroti che voleva e poteva ten­tare di legare una politica robespierrista in Italia ad un ritorno di fiamma rivoluzionario in Francia e che operò perciò nella congiura di Babeuf. Ma altrettanto logici i giacobini italiani che questo potevano al massimo limi­tarsi a sperare e che variamente agirono per riprendere la via interrotta delle riforme, per abbattere il massimo numero d'ostacoli, per allargare quel tanto di libertà che la situazione concedeva loro. Non dobbiamo mai dimen­ticare che la classe dirigente che si formò allora si trovò di fronte non soltanto al giacobinismo propriamente detto, ma a quel primo germe di liberalismo che nasceva in Francia dopo termidoro con Constant e Madame de Staci, non soltanto di fronte alle spinte di scristianizzazione, ma al problema che si poneva per la prima volta in Francia della separazione della Chiesa e dello Stato, della formazione della corrente giansenista capeggiata da Grégoire o dalla teofilantropia, non soltanto all'attivo ricordo del comitato di salute pub­blica, ma anche della trasformazione profonda che questa tradizione stava subendo per opera dei babeuvisti, fino a cristallizzarsi nel nuovo ideale della società comunista, non soltanto di fronte ai clubs e ai movimenti popolari, ma alla nuova forza che per tanti anni doveva dominare la scena, gli eserciti.
I più idealisti trovarono nell'unità italiana il centro della loro azione. Soltanto la repubblica una ed indivisibile avrebbe potuto tagliare i nodi gordiani di tutte le contraddizioni esistenti. H grande acquisto compiuto dalla rivoluzione in Francia solo avrebbe potuto rigenerare integralmente l'Italia. Seguendo passo passo l'azione, spesso sotterranea, degli unitari con quella minuzia e precisione che sole ci permettono di cogliere questo movi­mento ai suoi inizi, gli studiosi che si sono occupati di Buonarroti, così come coloro che hanno portato su di una nuova base lo studio del giacobinismo italiano, lo storico francese Godcchot, ed i nostri Vaccarino, Giuntella ed altri, ci hanno restituito il quadro delle congiure e delle idealità che anima­rono questi uomini. I legami con il babeuvismo sono apparsi più chiari, i limiti invalicabili contro i quali si scontrarono ne sono risultati più evidenti.