Rassegna storica del Risorgimento

anno <1954>   pagina <213>
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La circolazione della idee
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I più entusiasti si diedero alla predicazione delle idee rivoluzionarie, più o meno ecletticamente intese, e ad agire per esse anche nelle situazioni più disperate e difficili. Malgrado la notevole importanza dei dibattiti che si svolsero nelle assemblee e nella stampa in Piemonte, a Genova, in Lombar­dia o a Roma il fiore del nostro giacobinismo sta a Napoli, dove più per­fetta fu la fusione della grande tradizione di cultura e di quelle forze morali che le idee della Rivoluzione francese avevano saputo suscitare.
I più pensosi, quando ebbero la fortuna di sopravvivere alla tempesta, si posero tanto il problema dello iato, del baratro profondo che aveva diviso i giacobini dalle masse degli insorgenti quanto il problema della nazionalità, acutizzato dall'invasione militare e dalle sue conseguenze. Il fatto fondamen­tale della nostra cultura politica consistè allora in quel riaffiorare del rifor­mismo settecentesco che Salvatorelli ha visto così acutamente in uomini tanto diversi come Alfieri, Foscolo, Gioia. Il regime napoleonico, la stanchezza contribuirono a questo stato d'animo, ma non ne sono gli elementi determi­nanti. Al centro sta l'affiorare di quella mentalità moderata che tanta parte doveva avere nel Risorgimento. Timore di fronte alle masse contadine, co­scienza di una classe dirigente che si sviluppa nel regno italico, e, insieme, confronto tra quello che si era fatto nel passato e quel che si poteva ancora fare in futuro. Perchè essere giacobini quando, con minor spesa, s'erano potuti compiere tanti progressi? Un liberalismo moderato sorge da questa consta­tazione ed è preparato dalla reazione che Verri aveva impersonato di fronte all'assolutismo di Giuseppe II. A questa moderazione politica il sentimento nazionale comincia a dare una forza sentimentale. Il programma degli uni­tari perde la sua vigoria politica, repubblicana ed egualitaria, per acquistare un elemento emotivo. Il pensiero di Foscolo e di Cuoco sono esemplari a questo proposito.
Mentre tenui sono ormai le fila del movimento che continua diretta-mente le congiure dell'epoca del Direttorio, gli stessi strumenti organizzativi allora creati, o altri da essi rampollanti si riempiono di questo nuovo con­tenuto. Proprio questa ambivalenza rende tanto appassionante lo studio delle origini e degli sviluppi delle sette Sotto una formula ne ritroviamo un'altra che rivela uno strato storico anteriore, accanto ad un'affermazione ne vediamo una diversa, che ci sembra contraddittoria, e che, in realtà, non fa che rilevare un nuovo stato d'animo. La forma religiosa, ieratica che assume l'organizzazione ha appunto questa funzione di conservare, magari le formule rivoluzionarie, fissandole in simboli, dove gli iniziati riconoscono la primitiva ispirazione. La diffusione internazionale del settarismo del­l'epoca napoleonica è reso possibile proprio da questo suo carattere. Le giunte spagnole vi ritrovano una forza utile, come coloro che congiurano a Parigi col generale Malet (e tra questi l'italiano Angeloni) o a Ginevra si raccolgono attorno a Buonarroti e ad un fratello di Marat, o ancora in Germania gettano le basì del Tugendbund o in Russia continuano la tradizione dell'epoca dei lumi mescolandola con gli elementi gnostici e moralistici, elementi della masso­neria martinistica, sui quali già Oinodeo ha attirato la nostra attenzione. La corrente degli illuminati di Baviera non scompare del tutto, come anche i recenti studi di Francovich ci hanno mostrato. L'egualitarismo continua ad avere un senso potenzialmente comunistico per coloro che sono influenzati da Buonarroti, ma, accanto a queste ideologie, prendono sempre maggior