Rassegna storica del Risorgimento

anno <1954>   pagina <218>
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Franco Venturi
come Nello Rosselli ci ha narrato nelle sue vivaci, postarne pagine. Le idee di Saint-Simon creano adepti anche altrove, a Pavia, a Bologna ecc. In To­scana, Emilia, nelle Romagne ed anche nello Stato sardo prendono piede gli Apofasimeni, di Carlo Bianco dove l'idolcggiamento delle eterie greche si riempie di un nuovo significato egualitario. I Veri italiani di Buonarroti hanno una diffusione ed una importanza che i recenti studi hanno sottoli­neato. E il monda di uomini e di idee da coi sorge il primo nucleo della Giovine Italia che, grazie a Mazzini, unica era destinata a sopravvivere e a sintetiz­zare questo fermento e questo rinnovamento.
Tornava al centro il problema dell'unità, che già era parsa come l'ele­mento comune degli uomini di più larghe vedute durante i moti del 1831, durante le contraddittorie discussioni che li avevano accompagnati nell'emi­grazione e che appariva tanto più necessaria quanto più evidenti erano risul­tate le debolezze e le incoerenze dei campanilismi che si erano rivelate nel movimento. Tornava nella forma originaria di repubblica una ed indivisi­bile, contro il federalismo, il moderatismo e il costituzionalismo nella riaf­fermazione di Buonarroti. Tornava al centro della predicazione repubbli­cana della Giovine Italia, dapprima influenzata dalle varie forme in cui l'idea di unità si era precedentemente incarnata e poi finalmente in quella formula che ci è familiare e che Mazzini gli impresse.
Il giacobinismo dei Veri italiani gli imponeva innanzi tutto una chiarifi­cazione da questo lato. Il 1793 doveva essere fatto in Italia contro gli Austriaci. Deboli erano le forze delle aristocrazie e dei ceti privilegiati. Il vero ostacolo era nello straniero. Contro di esso potevano e dovevano esser rivolti i metodi e le forze che la rivoluzione aveva scatenato in Francia, adottando inoltre tutti quegli strumenti, dalla cospirazione alla guerra per bande, ed. eventual­mente al terrorismo individuale, che la posteriore esperienza aveva portato alla luce.
La critica al giacobinismo, pur attraverso le osculazioni iniziali, naturali in chi cerca ima via nuova e poi imposte dalle esigenze tattiche della vita cospirativa, risultava infine chiara ed era importante. Se non vogliamo fare la storia per ipotesi, bisogna pur dire che era realistica. Teneva cioè conto di tutti quei fatti che, dal lontano reagire di Verri al dispotismo di Giuseppe II, avevano fatto si che la classe dirigente italiana fosse portata verso quel­l'atteggiamento che chiamiamo liberale e moderato. Mazzini tenne conto di questo fatto, pur senza cedere alla realtà esistente. Solo questa critica al giacobinismo gli permise di adempiere quella sua funzione storica, tanto chiaramente definita da Salvemini: imporre cioè ai gruppi liberali-nazio­nali italiani una idea-forza, della quale tutte le altre idee han dovuto, attra­verso alle vicende della nostra formazione nazionale, diventare subordinate e tributarie . Seppe compierla senza mai una concessione di principio, senza mai cessare di adoperare la critica, l'esortazione e la sferza, senza mai cessare di essere se stesso.
Ben inteso ciò comportava dei sacrifici ideologici e politici. Tutta la vita di Mazzini ci dimostra quanto egli ne fosse psicologicamente conscio. Tutta la sua morale del dovere, che trasformò il geniale giovane emigrato a Mar­siglia nella ieratica figura dell'apostolo, sta 11 a dimostrare quel che costi il concentrare la volontà su un solo problema. Quanto della sua religione nasce da un tentativo di trovare una giustificazione assoluta al sacrificio