Rassegna storica del Risorgimento
EMIGRAZIONE POLITICA
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1954
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pagina
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224 Alessandro Galante Garrone
problemi effettivi; e i primi esuli, sbalzati in terra straniera, si cercano, s'intendono, elaborano programmi d'azione contro i governi dispotici della penisola, si dividono in varie e spesso opposte correnti, si adoprano, pur tra mille illusioni, ed errori, e superficiali entusiasmi e scoramenti improvvisi, a far si che l'Italia o qualche sua parte sia inserita, con la violenza delle armi o dell'insurrezione popolare, o coi segreti maneggi delle cospirazioni nel grande moto rivoluzionario che squassa la Francia e l'Europa. Con questo primo tentativo di adeguare nei fatti, mercè un'azione rivoluzionaria, il nostro paese a una realtà già in atto in altri paesi, ha veramente inizio la storia dell'emigrazione politica del Risorgimento.
Sebbene oggi, dopo i molti e pregevoli studi dell'ultimo trentennio, non possa più. accettarsi il giudizio di un Gallavresi o di un Nelson Gay, che la storia degli esuli del Risorgimento sia ancor tutta o quasi tutta da scrivere (e basterà accennare, a mo' di esempio, agli insigni lavori particolari di Ersilio Michel, di Giovanni Ferretti, di Mario Battistini, di Emilia Morelli, di Armando Saitta o alla monumentale storia di Cesare Spellanzon), è un fatto che ancora manca una visione d'insieme di questo che è pure un ben individuato problema storiografico, e che consiste essenzialmente, come diceva Franco Yalsecchi di recente, nello studiare Fazione esercitata dalla Italia sull'Europa e dall'Europa sull'Italia attraverso la diaspora degli esuli, e la reciproca fecondazione che ne deriva . Proprio qui è il nodo di queste ricerche: come incisero, questi esuli, sulla realtà politica, sociale, culturale dei diversi paesi stranieri in cui vennero a trovarsi ? come si imposero alla opinione pubblica, alle diplomazie, ai governi ? a quali ispirazioni e concrete influenze andarono soggetti, e come tutto ciò ebbe a riverberarsi nella loro azione a prò' della patria ? quale fu, nei diversi ambienti, l'evoluzione del loro pensiero e dei loro programmi politici ? in quali correnti si divisero ? quali reali motivi erano al fondo delle loro polemiche, a volte così dolorosamente aspre ? In una parola, quale fu il bilancio storicamente positivo di questa emigrazione politica che per oltre un sessantennio dilagò, in successive ondate, fin nei più remoti paesi del globo ? Mi limiterò, in questa relazione, a lumeggiare solo alcuni momenti e aspetti di questa emigrazione, e a suggerire alcuni filoni di ricerche; avvertendo sin d'ora che non rientreranno in questo mio quadro né le varie emigrazioni interne (come sarebbero, ad esempio, i patrioti rifugiatisi nella Cisalpina o quelli che, cinquanta anni più tardi, si raccolsero in Piemonte da ogni parte d'Italia), né gli emigrati d'altri paesi e delle più disparate origini politiche, che nella penisola soggiornarono durante il Risorgimento e vi portarono i più impensati stimoli e fermenti. E mi indugerò particolarmente sul primo, e meno noto periodo della nostra emigrazione, che è quello in cui furono impostati i problemi che saranno affrontati dalle generazioni successive.
Filippo Buonarroti può dunque considerarsi il primo anello di una lunga catena. Gli tennero dietro ben presto, e molto spesso a lui fecero capo, molti altri esuli d'ogni regione d'Italia. Nell'estate del 1791 il vercellese Giovanni Antonio Ranza ripara a Lugano, e poco dopo raggiunge la Corsica, di dove spedisce lettere esaltate, ohe all'inorridito Governatore di Ver celli sembrano scritte, così egli dice, con sentimenti da Masaniello* In taluni casi, come in questo del Ranza, l'immersione nell'incandescente realtà rivoluzionaria della Francia è subitanea e totale. Ranza sembra aver por-