Rassegna storica del Risorgimento

EMIGRAZIONE POLITICA
anno <1954>   pagina <225>
immagine non disponibile

L* emigrazione politica italiana del Risorgimento 225
duto ogni suo connotato: non è più che un furibondo sanculotto, mescolato alle turbinose vicende della grande Repubblica. È rinevitabile ubriacatura rivoluzionaria di questo primo giacobinismo italiano, che solo più tardi, e con molti stenti e non mai del tutto, riuscirà a liberarsene. Ma l'altisonante e stucchevole fraseologia d'accatto di cui si compiacciono questi ardenti neofiti non deve trarci in inganno: l'infatuazione retorica non impedisce che si compia una prima concreta esperienza di lotta politica, che più tardi darà, in Italia, i suoi frutti. Se si prende in esame, ad esempio, il rarissimo Monitore Italiano Politico e Letterario che Ranza fondava a Nizza alla fine del 1792, poco dopo il suo sbarco dalla Corsica in Provenza, la prima impressione che se ne ricava è quella, piuttosto fastidiosa, di un vacuo retore messosi docilmente al seguito delle armate francesi irrompenti nel reame sardo. Ma poi si scorge con quale appassionato interesse il Ranza segua, nel 1793, le roventi polemiche sull'atteggiamento di Chaumette e di Robes­pierre nelle questioni religiose, e parteggi per Robespierre; e vien fatto di pensare che qualcosa di tutto questo gli sarebbe rimasto in mente, quando si accinse, anni dopo, in Italia ad affrontare lo spinoso problema dei rap­porti col clero. Ed anche il suo futuro insistere sulla costituzione del 1793, quando ormai nella Cisalpina era in auge quella del 1795, sarebbe stato per lui, come per tanti altri giacobini rimpatriati, il diretto richiamo a una realtà vissuta. Insomma, per molti di questi primi esuli, i termini in cui concretamente si pose la lotta politica della Francia che essi avevano cono­sciuta, sarebbero rimasti come un dato fondamentale e incancellabile della loro esperienza.
Di anno in anno, con le persecuzioni e gli esili volontari, le file di questa prima emigrazione politica si accrescono. L'elettrizzante contatto con la realtà rivoluzionaria della Francia, se da un lato ingagliardisce l'entusiasmo dei giacobini italiani, dall'altro li impegna in un difficile groviglio di situa­zioni politiche che ne affina la sensibilità e ne irrobustisce i propositi di azione. Si pensi all'attività, ancora oggi quasi ignorata, di Buonarroti in Corsica, alle sue lotte con Pasquale Paoli, con le fazioni clericali e moderate dell'isola, al suo sentirsi ogni giorno più legato alle sorti della Francia della rivoluzione. Ma quel che a noi soprattutto interessa, e che ci dà la misura del grado di maturazione politica da loro raggiunto, è il modo effettivo con cui questi giacobini italiani, a un certo momento del loro apprentissage rivoluzionario, affrontano i concreti problemi del loro paese. Sono le vicende stesse della guerra che li riportano a contatto immediato dei loro compa­trioti: e questa circostanza ha ovviamente il suo peso. Legati come sono alle sorti e, in fondo, ai voleri delle autorità francesi, non possono disporre che di una ben ridotta autonomia; agiscono nell'orbita francese, e, lo vo­gliano o no, debbono fare i conti con questa realtà che li trascende. Ma, a ben guardare, proprio questa necessità di subordinare l'azione in Italia alle esigenze militari e politiche della Francia è un incentivo a veder più da vicino, nei suoi termini effettivi, il problema del riscatto italiano. Si esa­mini il soggiorno di Buonarroti agente nazionale a Oneglia nel 1794, così bene studiato dalla Onnis. Qui il problema che si pone al giacobino toscano non è più quello, ili uministicam ente semplice, che gli si era presentato al principio del 1793, quando gli abitanti dcll'isoletta sarda di S. Pietro gli avevano chiesto, e avevano da lui ottenuto, una costituzione. Qui si tratta