Rassegna storica del Risorgimento
EMIGRAZIONE POLITICA
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1954
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pagina
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226 Alessandro Galante Garrone
di governare, di barcamenarsi fra le autorità di occupazione e le popolazioni retrive e un'orgogliosa aristocrazìa, a poca distanza dagli eserciti ne* mici; qui convengono da ogni parte della penisola ardenti patrioti, che si cimentano nelle stesse difficoltà di Buonarroti e cominciano a intravedere, come soluzione concreta, Punita e la libertà d'Italia; in questo stesso senso li sollecitano alcuni amici francesi che sono al loro fianco. È un'esperienza breve ma intensa, che darà i suoi frutti.
Lo si vedrà due anni dopo, alla vigilia della campagna d'Italia del Bonapartc. GÈ studi di Renato Soriga e, più di recente, quelli di Jacques Godechot e Armando Saitta (per non citare che i principali) hanno messo in luce gli intendimenti e i propositi dei giacobini italiani in terra di Francia. Al centro di questa emigrazione politica, era Filippo Buonarroti: che mentre teneva assidui contatti con i patrioti italiani di Parigi e di Nizza, svolgeva un'insistente opera di sondaggi diplomatici col ministro Delacroix, per fargli approvare un piano di rivoluzionamento della penisola in senso unitario, e intanto andava intensificando i rapporti cospirativi con Babeuf. Sono vicende ormai note, che non è qui il caso di riesporre. Basterà mettere in evidenza alcune conclusioni, di decisiva importanza, cui sono giunti gli studi ora menzionati. L'idea unitaria sorse e fu elaborata, come concreto programma politico, proprio in quegli anni, nei circoli dei giacobini emigrati. Era, nella sua formulazione, un evidente riflesso della Repubblica francese una e indivisibile. L'Italia sarebbe dovuta essere tuia repubblica soeur, o piuttosto fille di quella sorta dalle rovine della Bastiglia; Ubera da ogni influenza dell'Austria e dell'Inghilterra, essa sarebbe stata la naturale alleata della Francia. Per un momento, lo stesso ministro Delacroix parve disposto ad assecondare questa idea audace. Ma la minaccia della cospirazione babuvistica fece dileguare questa prospettiva, con tanto entusiasmo salutata dai nostri esuli di quegli anni. Il timore degli anarchìstes si alleò alle esigenze di una rapace ed egoistica politica di occupazione per soffocare in germe questa tendenza unitaria, che avrebbe tentato più volte di affermarsi negli anni immediatamente successivi in Italia. I giacobini unitari sarebbero stati, a partire dal 1796, guardati con sospetto dal Direttorio, come alleati dell'opposizione democratica in Francia e come anar-' chistes essi stessi. Da questo antagonismo aperto o latente, a seconda dei momenti e dei luoghi, sarebbe sorto, in non pochi di questi giacobini, l'impulso all'indipendenza. Questa evoluzione del giacobinismo italiano in quegli anni, da un unitarismo di stampo francese a un indipendentismo che si colorò di spiriti antidirettoriali e si mescolò pure, com'è noto, ai moti antifrancesi della penisola, è stata oggetto di acute e fruttuose ricerche da parte di un giovane storico, Giorgio Vacoarino, in alcuni studi già pubblicati o di imminente pubblicazione, che saranno illustrati da una sua comunicazione a questo stesso congresso. Ciò che qui preme notare è il naturale, istintivo allearsi della nostra emigrazione giacobina con l'opposizione democratica francese, con quelli che il governo d'Oltralpe paventava come i survivants de Babeuf. Quando, nel 1799, sospinti dall'invasione austro-russa, i giacobini piemontesi (e, mescolati con loro, gli emigrati d'altre regioni, specialmente i napoletani, per i quali basterà rimandare a Benedetto Croce) ripararono in Francia, gli uomini a cui essi guardarono con più simpatia e con cui allacciarono i contatti, specialmente dopo che il colpo di stato di pratile