Rassegna storica del Risorgimento

EMIGRAZIONE POLITICA
anno <1954>   pagina <228>
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Alessandro Galante Garrone
che dopo essere state implicate nella congiura di Babeuf e avere partecipato, sul finire del Direttorio, al club du Manège, erano confluite in gran parte nella setta dei Filadelfia Come pure varrebbe la pena di analizzare la lenta evoluzione che avrebbe portato l'Àngeloni, animato da spirito antinapoleo­nico, alla comprensione e all'ammirazione per i campioni della libera demo* crazia americana, per Washington, Jefferson, Bolivar. Ma, soprattutto, dovrebbero essere approfonditi gli studi su quella parte dei nostri emigrati di quegli anni, che si schierò apertamente sotto le ali protettrici dell'Inghil­terra, e rivendicò il programma di unità e libertà italiana che Napoleone si era lasciato cader di mano. Naturalmente, c'è da compiere un'attenta opera di sceverazione, nel campo di questi emigrati anglofili. C'erano quelli che si erano recati in Inghilterra, nel primo decennio dell'Ottocento, uni­camente per sottrarsi alla coscrizione napoleonica, e si arrabattavano per trovar lavoro. C'erano poi, sparsi nelle isole del Mediterraneo o al di là della Manica, altri individui che non potrebbero qualificarsi se non come <c agenti del governo britannico, utilizzati ai fini della guerra di coalizione, privi di una propria, autonoma visione dei problemi italiani, e di qualsiasi rilievo politico, meri strumenti diplomatici o di propaganda. Ma accanto a costoro, non mancano le figure consapevolmente attive. Cosi quel Vittorio Barzoni, che Walter Maturi ha definito il primo liberale nazionale con­seguente; quel Barzoni che a Malta, nel 1813, incitava i compatrioti a insorgere, e li assicurava dell'appoggio inglese; e che nel 1804 nel dedicare il Cartaginese all'Inghilterra, aveva scritto: Se conoscessi una nazione più libera della nazione inglese, le dedicherei quest'opera. Ma ancor più interessante, fra questi emigrati, è la figura di Augusto Bozzi Gran ville, che il Sòriga ha, si può dire, rivelata agli Italiani in uno studio del 1914 e che meriterebbe di essere esaminata con cura, tanto più oggi, dopo che alla recente bellissima mostra inauguratasi nel dicembre 1951 all'Istituto Ita­liano di Cultura a Londra, si è potuta ammirare la preziosa raccolta dei gior­nali di Bozzi Granville, l'Italico e il Patriota Italiano, di proprietà d'uno dei migliori studiosi dei nostri esuli in Inghilterra, E. R. Vincent. Certo, questo emigrato era legato alla politica del Foreign Office, era anche lui, entro certi limiti, una pedina nel gioco britannico, cosi come i nostri giacobini del 1796 erano stati, per qualche tempo, delle pedine nel gioco della politica francese; e il peso di questo legame si fa a volte, sulle colonne dàTItaUco, sin troppo evidente, e tutto questo ci spiega perchè mai questa figura, dopo il 1815, ricadesse nel buio più completo, e si sentisse, di fronte ai nostri esuli del 1820 e del 1821, un isolato. Ma non si deve dimenticare che questo patriota lombardo, ben presto disincantato dal dominio napoleonico, si era rifugiato in Inghilterra e di là, nel 1813, aveva diffuso dalle colonne dell'Italico una aperta professione di fede unitaria. Il suo ideale era quello di una monarchia costituzionale indipendente, modellata sull'esempio inglese. Egli fu uno dei principali artefici di quel mito inglese che proprio in quegli anni comincio a mettere le radici in Italia e che non si sarebbe esaurito in una contingente funzione antinapoleonica ma anzi, sopravvissuto alla Restau­razione, sarebbe stato una dèlie principali ispirazioni di molti italiani. Sono noti i legami di Bozzi Granville con il partito degli italici puri di Fede­rico Gonfalonieri, e le critiche vicende di quegli anni, con le sollecitazioni indipendentiste e unitarie di un Lord Bentiuck, di un Murat, di un Nugont,