Rassegna storica del Risorgimento
EMIGRAZIONE POLITICA
anno
<
1954
>
pagina
<
230
>
230 Alessandro Galante Garrone
bourgeois de Genève, su questo quasi proscritto (com'egli stesso si chiamava) che ebbe pure, intorno al 1830, una parte non trascurabile nelle vi* cende del nostro esulato, e che fu, di molti nostri emigrati, cordiale protettore ed amico. Certo egli non meritava gli aspri giudizi che ne diedero un Cavour e un Gioberti; e la sua opera di insegnante, di pubblicista, di parlamentare in Svizzera, e più tardi di professore al Collège de France ebbe una risonanza europea, che giovò indubbiamente al buon nome della nostra emigrazione, e inoltre gli consentì di svolgere una sia pur larvata e prudente azione a tutela della causa della libertà italiana, in più di una circostanza. Ma, all'infuori del biennio 1829-30, egli fu più un protettore degli emigrati che un emigrato egli stesso, un autorevole punto d'appoggio più che una forza viva ed operante del nostro esulato: un italiani-sani, si direbbe quasi, più che un italiano.
Ma la grande ondata di esuli, che contò veramente nella storia del Risorgimento per l'ampiezza assunta, per i problemi che suscitò e tentò di risolvere, per le correnti in cui si divise e la diversità dei paesi che la ospitarono, è quella che segui ai moti napoletani e piemontesi del 1820 e del 1821. Fu, innanzi tutto, e per la prima volta, un esodo in massa. Mazzini giovinetto serbò sempre il ricordo dei miseri drappelli di fuggiaschi piemontesi in attesa d'imbarcarsi. E dalle due Sicilie, i compromessi, o i carbonari timorosi di repressioni poliziesche, erano ruggiti a migliaia. H Michel ha studiato da par suo questi flussi e riflussi di ondate migratorie, che si erano abbattute sulle coste della Tunisia, della Corsica, dell'Algeria. Molti di questi esuli rimpatriarono, non appena poterono beneficiare delle grazie e degli indulti: non pochi sollecitarono perfino la protezione dei consoli sardi o borbonici altri, moltissimi, si trapiantarono nei nuovi paesi, si dettero all'agricoltura, al commercio, alle professioni liberali, mescolandosi agli altri Italiani che già vi sì trovavano per ragioni di lavoro. Accanto all'emigrazione politica, sorse in molte regioni, vicine e lontane, o ricevette un nuovo impulso l'emigrazione economica, non sempre facilmente distinguibile dalla prima. Pazienti ricerche d'archivio e indagini statistiche dovrebbero essere proseguite e coordinate, con critèri metodicamente uniformi, per lumeggiare in tutti i suoi aspetti questo vasto fenomeno sociale dell'emigrazione italiana ottocentesca, in Europa e in America: e solo quando saranno state portate innanzi le ricerche così bene avviate da studiosi come il Michel e il Cuneo potrà misurarsi il definitivo apporto dell'emigrazione politica a quella economica, il graduale risolversi della prima nella seconda, gli esatti confini tra l'una e l'altra. Quello che qui importa notare, nel ben delimitato quadro dell'estuato politico propriamente detto, è che, a partire dal 1820 e dal 1821, i nostri emigrati divennero, per il loro stesso numero, un motivo di preoccupazione per taluni governi stranieri, e una riserva di energie e un nuovo campo di azione per i patrioti e i cospiratori più attivi. Se l'Italia fu qualcosa di vivo e di operante nell'Europa e nel mondo, tra il 1821 e il 1848, lo si deve in gran parte alla emigrazione politica, a questa che era già una libera patria tra le patrie, strettissimamente legata, in attivo ricambio, alla vita culturale e politica degli altri paesi.
Era inevitabile che nel seno di questa emigrazione si ripercuotessero l'immaturità e i particolarismi e le divergenze che non erano stati tra le ultime cause dell'insuccesso delle rivoluzioni del 1820 e del 1821. Queste