Rassegna storica del Risorgimento

EMIGRAZIONE POLITICA
anno <1954>   pagina <231>
immagine non disponibile

Vemigrazione politica italiana del Risorgimento 231
rivoluzioni, è risaputo, avevano avuto un carattere complesso, non erano state un semplice pronunciamento militare. Murattiani e carbonari nel Napoletano, nobili Federati e piccola borghesia in Piemonte avevano aspi­razioni politiche e sociali non coincidenti; mentre gli uni tenevano gli occhi fissi alla costituzione francese del 1814, modellata su quella inglese, gli altri vagheggiavano la costituzione di Cadice del 1812. Questo distacco, che era stato provvisoriamente composto sotto l'urgere delle circostanze, non poteva non riprodursi, acuito, in seno all'emigrazione, in mi esasperato esame di coscienza che dalle amare esperienze del passato voleva trarre un salutare insegnamento per l'avvenire. Il motto di Ugo Foscolo che per rifare l'Italia bisognava disfare le sette era più che altro il segno dell'orgogliosa solitu­dine in cui egli s'era rinchiuso, e nascondeva, a ben guardare, la sua diffidenza e avversione per la lotta politica. Santarosa, che pur lo ammirava e lo fre­quentava in Inghilterra, sentiva bene la distanza di lui dall'esulato politica­mente attivo: Ugo non conosce e non calcola i progetti degli Italiani dal 1814 in qua, d'onde nascono alcune sue idee meno giuste . Era stato proprio Foscolo a bollare, con sferzante dispregio, la discordia calunniatrice degli esuli italiani; a non voler vedere, in quei contrasti, che il loro aspetto negativo. Si può forse dire, in via generale, che questo pregiudizio grava ancor oggi sulla storia dell'emigrazione politica del Risorgimento. Spesso i contrasti fra gli esuli sono considerati come una pura passività, o svalutati come cosa insignificante. Eppure ci sembra che, se si è tutti d'accordo nel ripudiare l'agiografica raffigurazione dei nostri esuli come di un augusto Pantheon dei martiri della libertà italiana, alla Atto Vannucci, bisogna aver la pazienza di guardare a fondo in quei contrasti, spesso cosi aspri e meschini, in quelle polemiche, in quel tumultuare caotico di propositi e di programmi: e di sceverare in essi quel che è frutto di passate esperienze o di diversa provenienza sociale e preparazione culturale, e quel che è invece la diretta influenza di una nuova realtà con cui gli esuli sono venuti a contatto in terra straniera.
All'indomani dei moti del 1820 e del 1821, la Svizzera è diventata uno dei primi centri di raccolta dei nostri emigrati. La situazione del governo federale e dei singoli Cantoni si fa di colpo delicatissima, per le proteste e gli interventi di Mctternich, che sembrano, in certi momenti, addirittura met­tere a repentaglio l'indipendenza e la neutralità della Confederazione. L'agi­tato periodo si concluderà nel 1823 e 1824 con molte espulsioni a cui il governo elvetico dovrà acconciarsi a malincuore. Gli accorgimenti delle auto­rità per temperare l'asprezza dei provvedimenti, coercitivi, e le reazioni dell'opinione pubblica in difesa degli esuli sono stati già analizzati da stu­diosi svizzeri, come la Mauerhofer, e dal nostro Ferretti. Particolarmente vigile e affettuoso e generoso fu l'appoggio dato ai nostri esuli dal Sismondi. Lo storico delle repubbliche italiane del Medioevo, che fu veramente uno dei maestri ideali delle generazioni ottocentesche e concorse a creare quel mito di Ginevra che affascinò i nostri patrioti liberali (e basti qui rimandare agli ottimi lavori del Pellegrini e del Ramat), accolse con simpatia quelli ch'egli chiamava, all'antica, fuorusciti. Su tutti questi aspetti della nostra emigrazione in Svizzera, il bilancio è senz'altro soddisfacente. Ma altri punti restano da illuminare. Per esempio, si sa ancora pochissimo di taluni cospiratori d'idee politicamente avanzate, che pine esercitarono una certa