Rassegna storica del Risorgimento
EMIGRAZIONE POLITICA
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1954
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Alessandro Galante Garrone
influenza fra gli emigrati di quegli anni in Svizzera. Di Filippo Buonarroti, della sua attività nelle logge massoniche, cui sembra egli facesse partecipare molti Italiani, ho già fatto cenno. Ma sarebbe pure da studiare la iìgura del trentino Gioacchino Prati, le sue relazioni con gli Svizzeri, come Orelli e Scbulthess, e con i cospiratori tedeschi. Scriveva Schulthess a Orelli che l'entusiasmo di Prati per la giustizia e la libertà era stato per lui un punto di contatto magnetico molto forte , e soggiungeva: È molto bene che noi Svizzeri, freddi e per la vicinanza dei nostri ghiacciai inclini al congelamento spirituale, ci si riscaldi ed esalti al fuoco dell'eloquenza degli Italiani del Mezzogiorno ! .
I contatti cospirativi con la Carboneria francese e le società segrete della Germania sono quasi del tutto ignorati. Ma anche sul soggiorno in Svizzera di alcuni tra i più noti esuli del 1821, come Santarosa, Collegno, Dal Pozzo, Moffa di Iàsio, San Marzano, ci sarebbe ancora non poco da dire. Proprio in questi giorni, è uscita sulla Rivista Storica Italiana la prima parte di uno studio di Salvo Mastellone su uno di questi aristocratici in esilio, Santone di Santarosa. Non dirò che tutte le conclusioni a cui sembra giungere questo studio siano senz'altro da accogliere. Non è del tutto esatto che gli esuli piemontesi rifugiatisi in Svizzera si costituissero in due gruppi ben distinti, il gruppo dei nobili e il gruppo dei militari borghesi; risoluti i primi a passare in Inghilterra, ove li attirava la forma di governo, e i secondi invece trasmigrati tosto in Spagna, per inseguirvi il miraggio di un'energica azione rivoluzionaria; e che i primi, appunto per il timore di essere presi per giacobini, si rifiutassero di organizzare sulle Alpi la guerriglia proposta dai secondi, in appoggio all'azione che costoro intendevano svolgere in Catalogna. Ma il Mastellone ha il grande merito di avere per il primo richiamato l'attenzione degli studiosi sulla diversità della composizione sociale e degli orientamenti ideologici e programmatici degli emigrati, e sulle riposte ragioni delle loro indubbie predilezioni per questo o quel paese, per questo o quel teatro di azione. Egli ha indicato la via più sicura per intendere certe riluttanze o perplessità degli esuli, e il loro istintivo raggrupparsi in certi ambienti a preferenza di altri. Se ci si deve guardare dalle avventate e troppo schematiche generalizzazioni, bisogna d'altra parte tener conto delle correnti in cui si divideva, e non a caso, la nostra emigrazione. E un'esigenza critica, questa, su cui non mi stanco d'insistere. Sempre a proposito della Svizzera, sarebbe assai interessante indugiare a studiare con che occhi la guardassero i nostri esuli, nei vari cantoni di lingua francese, tedesca o italiana. I risentimenti e le reeri-minazioni per le tracasseries poliziesche (a cui del resto gli stessi elvetici si piegavano a malincuore, e che spesso riuscivano a eludere o mitigare) e per la meschinità conservatrice dei governanti e il tono un po' angusto e uggioso della vita civile, cedevano quasi sempre il passo alla schietta ammirazione per la dignità e la serietà di quel popolo, per la saldezza dei suoi ordinamenti. Proprio in quegli anni, tra il 1820 e il 1830, cominciò a formarsi (sia pure avversato da taluni esuli d'altri paesi) quel culto per la costituzione della Svizzera e il suo educato livello di civiltà che avrebbe conquistato, alcuni decenni più tardi, lo spirito positivo di un Cattaneo, e avrebbe strappato a Francesco De Sanctis, nel 1856, l'esclamazione ammirativa: <c Che cosa è, Camillo, un popolo libero e serio I . Ma quel che varrebbe pure la pena di studiare da vicino, è l'influenza che, sempre tra il 1820 e il 1830, i nostri