Rassegna storica del Risorgimento
EMIGRAZIONE POLITICA
anno
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1954
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pagina
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233
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L'emigrazione politica italiana del Risorgimento 233
esuli cominciarono a esercitare nel Canton Ticino, determinando o piuttosto accelerando un'evoluzione dell'opinione pubblica in senso liberale, che finì per scalzare il governo conservatore e austriacante del Quadri, e creò le premesse della irradiazione patriottica e culturale simboleggiata dal nome di un piccolo paese, Capolago, e studiata in modo esemplare, come tutti sanno, da Rinaldo Caddeo.
Un altro paese che contò non poco nella storia dell'emigrazione politica di quegli anni fu la Spagna. anche qui, ci sarebbe da intraprendere tutta una serie di indagini importanti. innanzi tutto: fino a che punto agì, sui patrioti italiani che si recavano nella penisola iberica, la suggestione del mito spagnolo ? Sappiamo che questo mito si era venuto formando fin dai tempi della guerra d'indipendenza contro Napoleone, e si era rivelato ben vivo nel corso delle ultime rivoluzioni. Questo entusiasmo per la Spagna ci spiega la prontezza e il fervore con cui molti Italiani avevano aderito alla costituzione di Cadice del 1812, pur senza intenderne la vera portata, o la facilità con cui si disposero ad accettarla dai compagni di lotta (come ha ben dimostrato Giorgio Spini). Nel 1821, dopo la caduta dei governi costituzionali di Napoli e del Piemonte, questa terra si offriva come un ultimo rifugio di libertà, ricco d'una tradizione ormai assodata di fierezza e indipendenza nazionale. Era perciò naturale che vi convenissero un Guglielmo Pepe da Napoli, un Giuseppe Pecchio da Milano, e molti piemontesi, militari di carriera, nobili, borghesi, piccoloborghesi, studenti, artigiani. Ma quel che soprattutto dovrebbe essere studiato, è la concreta esperienza, non solo militare ma politica e sociale, che molti di questi Italiani avviarono in terra di Spagna, specialmente in Catalogna, nel 1823. Fu, a ben guardare, un'esperienza essenziale. La posizione debole e ambigua dei moderati spagnoli del ministero Axguelles, stretti fra i reazionari e i democratici, che induceva i nostri esuli a riflettere sulla non dissimile posizione in cui si erano venuti a trovare i governanti di Napoli e di Torino; gli allacciamenti che i più risoluti fra i nostri emigrati allora stabilirono con gli uomini della sinistra spagnola; le mortificazioni inflitte al loro orgoglio di Italiani; la diffidenza, che si colorava perfino di rancore, per coloro che erano stati alla testa del governo e delle truppe durante i moti in Italia, e ora avrebbero preteso di conservare i loro gradi e la loro influenza; la scoperta, Sul vivo, di quel che fosse la guerriUa spagnola, e della necessità di cercare l'appoggio delle forze popolari e di dare, alla guerra rivoluzionaria, nuove regole e un nuovo spirito; tutto questo fu allora confusamente intuito da qualcuno, per esempio da quel Carlo Bianco di SaintJorioz, che anni dopo avrebbe teorizzato le esperienze e riflessioni sue e dei suoi compagni in un libro sulla guerra per bande. Si consideri, per esempio, quel che diceva uno dei nostri esuli, il piemontese Carlo Beolchi, a proposito dei generali costituzionali spagnoli che aveva incontrati in Catalogna: Alcuni, sorti agli alti gradi, capitanando guerriglie, avrebbero fatto grandi cose, avendo a seguace il popolo. Capitanando truppe regolari, poco o nulla valevano, quand'anche amici e propugnatori della libertà. Gli altri, saliti al generalato per tutti i gradi della milizia, quasi tutti avversavano la costituzione, e alle prime mosse del nemico chiarironsi o inetti o traditori. Questo e non altro ridusse a vergognosa inazione un valoroso esercito, e fu cagione della rovina della libertà . Così, in quelle dure battaglie In cui rifulse, il valore di uomini come Pacchiare tu, alcuni Italiani