Rassegna storica del Risorgimento

EMIGRAZIONE POLITICA
anno <1954>   pagina <235>
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L'emigrazione politica italiana del Risorgimento 235
non solo le Osservazioni semiserie di un esule sull' Inghilterra, ma il meno noto e interessantissimo saggio: Vanno 1826 nell'Inghilterra, pubblicato a Lugano nel 1827, e l'opuscolo, che risale pure al 1826, e che (fatto significativo) sarebbe stato ristampato a Roma nel 1848: Un'elezione di membri del Parla­mento in Inghilterra. Questi esuli seguivano con appassionata simpatia non solo il gioco della vita parlamentare inglese e l'alacre ritmo produttivo, ma l'evolversi della politica governativa: e avevano salutato con gioia (si pensi a Berchet e a Ravina) l'avvento di Canning. Ebbe anche inizio in que­gli anni, con la collaborazione alle riviste e la frequentazione dei circoli più illuminati, una preziosa opera di penetrazione negli ambienti culturali e di indiretta difesa della causa italiana; e furono apprestati i mezzi più autore­voli ed efficaci per agire sull'opinione pubblica, e sulla diplomazia e gli uo­mini di governo. Basti pensare, per fare un unico nome, ad Antonio Panizzi. Ma la storia interna di quel primo gruppo di nostri emigrati in Inghilterra è ancora in gran parte da fare. È da studiarsi, ad esempio, come sorsero o si rafforzarono in taluni dei nostri emigrati, le idee federalistiche, suggerite dall'esempio degli Stati Uniti. E poi, sarebbero da analizzare, nelle loro scaturigini prossime e remote, le irriducibili ripugnanze di taluni esuli per qualche aspetto della vita politica e sociale inglese. Abbiamo or ora visto lo stesso Santarosa farsi eco di alcune di queste critiche, e darci atto che moltissimi andavano allora blaterando contro l'aristocrazia inglese. Que­sta avversione era particolarmente viva negli esuli del continente, rimasti fedeli all'egualitarismo giacobino; ma anche tra i nostri emigrati in Inghil­terra ne serpeggiava qualche residuo. E si dovrebbero inoltre distinguere con cura uno dall'altro i diversi comitati che si formarono in quegli anni e cogliere le ragioni politiche, e forse anche di casta, di queste distinzioni, e dei contrasti e sospetti reciprochi. Gli importanti documenti pubblicati dal Patetta e dalla Wicks debbono ancora essere utilizzati a onesto scopo; e diligenti ricerche in archivi privati dovrebbero arricchire la documentazione. E infine, sono ancora da illuminare i rapporti di natura politica, e in certi casi perfino cospirativa, con alcuni Inglesi di idee avanzate. Tipico è il caso del Bowling, che non fu solo il protettore e il consigliere, ma ebbe una parte attiva nei rapporti clandestini con gli esuli del Continente. È una figura, questa, di cui si sa ancora pochissimo, e che ci riserberebbe forse qualche sorpresa. Come pure, proseguendo le ricerche del Moscati, sarebbero da esaminare i rapporti avviati dal gen. Pepe con gli ambienti inglesi e con gli elementi spagnoli a Londra, per dare una salda base alla Società dei Fratelli Costituzionali europei da lui fondata in Spagna, e per organizzare spedizioni armate nel continente. Mentre il Pepe sembrava ancora legato alle idee e ai programmi germinati nel fortunoso biennio del 1820-21, gli altri esuli in Inghilterra subirono un lento processo di maturazione politica. Intorno al 1830 questi esuli si erano imposti come uno dei centri più attivi e influenti della nostra emigrazione in Europa: e dall'Italia, com'è noto, sarebbero partite missioni segrete a sollecitarne l'appoggio. Più tardi, essi si sarebbero ritratti nell'ombra, oppure inseriti, chi più chi meno, nella vita inglese. Appnnto per questo, Mazzini li avrebbe considerati ormai perduti per la causa ita­liana, incapaci di qualsasi iniziativa politica, e se ne sarebbe tenuto lontano. Vario e intenso fu, in quegli stessi anni, il processo di maturazione dei nostri esuli sul Continente, specialmente in Francia e in Belgio. Non era