Rassegna storica del Risorgimento
EMIGRAZIONE POLITICA
anno
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1954
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pagina
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236
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236 Alessandro Galante Garroni*.
certo un asilo quieto, la Francia di allora. Un popolo tutto tempestoso, un paese esposto ancora a tutte le bufere dell'Oriente , scriveva quasi inorridito uno di quegli esuli più umbratili che avevano preferito le tranquille aure dell'Inghilterra. E altri emigrati, che avevano ereditato la gallofobia di Alfieri, e se ne compiacevano, imprecavano come Claudio Linati alle soperehierie della polizia borbonica. Eppure, gli esuli in Francia aumentavano di anno in anno, vi si stabilivano dopo avere peregrinato incerti in altri paesi. Non era solo per la maggior facilità di contatti con l'Italia, o per la consuetudine della lingua, o per le possibilità, maggiori che altrove, di trovar lavoro. La principale ragione era un'altra. Nella Francia della Restaurazione, nonostante i rigori della polizia e le angustie della politica governativa, l'esule politico riusciva a inserirsi spontaneamente nell'ambiente a lui più congeniale, e a inimcdesimarvisi, qualunque fosse la sua provenienza sociale o culturale. L'aristocratico subalpino o il grande avvocato di Napoli seguivano le battaglie dell'opposizione al Parlamento; chi più ansioso spiava i confini della patria si fermava a Lione o a Marsiglia; all'uomo di cultura si spalancavano i salotti parigini o i corsi alla Sorbona; il cospiratore veniva agevolmente a contatto di una fìtta trama settaria; nelle riviste francesi di quegli anni si cimentavano le idee più coraggiose del tempo: ognuno poteva scegliere la propria posizione politica, dall'estrema democrazia al più blando costituzionalismo; e infine la Francia era l'osservatorio dal quale si poteva meglio seguire l'evolversi della situazione politica in Italia e in Europa. Ciò spiega perchè in Francia, più che altrove, la maturazione politica del nostro esulato fosse rapida e profonda; e remigrazione si articolasse in varie correnti e gruppi, diversamente caratterizzati; e perchè non si possa intendere appieno la vita della nostra emigrazione senza un continuo, minuto riferimento alla situazione politica e sociale della Francia. Tutto questo è da me indicato in modo forzatamente sommario, ma chi abbia qualche dimestichezza con le ricerche sugli estui italiani in Francia non stenterà a comprendermi. E un analogo raggrupparsi degli esuli a seconda dei loro orientamenti politici si può notare in Belgio. Da un lato abbiamo l'esiguo gruppetto dei filobuonarrotiani, gravitanti intorno all'ormai vecchio giacobino toscano ma sempre sulla breccia, ed anzi, dal suo romitaggio di Bruxelles, più gagliardo e intraprendente che mai. Erano quelli gli anni in cui Filippo Buonarroti riorganizzava su nuove basi la vita settaria in Europa, come Armando Saitta ha cosi acutamente dimostrato, e intanto scriveva la Conspiration pour VEgalitc, dite de Babeuf; si poneva al centro dei Convenzionali in esilio; avviava contatti con De Potter e la giovane generazione dei liberali belgi; si preparava con fervore di apostolo agli avvenimenti decisivi che sentiva approssimarsi. Dall'altro lato abbiamo in Belgio, e precisamente al Castello di Gacsbeeck, il gruppo degli Arconati, con Arrivabene, Quctelet, esuli italiani e liberali francesi entusiasti di Cousin e di Guizot, uomini di cultura, aristocratici e borghesi in viaggio per l'Europa, ardenti seguaci del liberalismo del Globe,
Ricca di meditazioni e di esperienze fu dunque la vita della nostra emigrazione nell'Europa di quegli anni, specialmente sul finire della Restaurazione. La Spagna aveva insegnato cosa fosse la guerra per bande; l'Inghilterra aveva rivelato, anche nei suoi aspetti più prosaici, ma sempre vivi e concreti, la pratica quotidiana della libertà. La guerra greca per l'indipen-