Rassegna storica del Risorgimento

EMIGRAZIONE POLITICA
anno <1954>   pagina <237>
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L'emigrazione politica italiana del Risorgimento 237
dcnza, che aveva sollevato l'entusiasmo delle anime libere d'Europa, aveva pure fornito il modello dell'eterici, e inoltre allargato il campo d'azione di molti nostri esuli, che vennero a contatto di patrioti greci. Lo Isole Jonie e Malta furono le fucine di questa cooperazione italo-greca. Non si dimen­tichi che Carlo Bianco, il fondatore della setta degli Apofosimcni (studiata da Alberto M. Gius a lb erti), proprio a Malta scrisse La guerra per bande, in cui la simpatia per le eterie greche è patente. D'altra parte taluni esuli, come il bicllese Marochetti, ripresero, con l'aggravarsi della questione d'Oriente, l'idea che era già stata più volte formulata dai diplomatici sabaudi del Sette­cento, dal Sismondi, dal Pradt, e di cui, come è noto, il Balbo sarebbe stato uno dei più convinti sostenitori: l'idea di un'espansione del Piemonte verso la Lombardia, da attuarsi pacificamente per via diplomatica, mediante un compenso dell'Austria a spese della Turchia. Non erano soltanto progetti chimerici: ma un tentativo di influenzare l'opinione pubblica francese e la diplomazia europea, tentativo sollecitato da istanze patriottiche di indi­pendenza nazionale. E ci fu anche, in moltissimi esuli, un maturo e consape­vole adeguarsi al liberalismo francese della Restaurazione. Verso il 1830, i nostri esuli avevano dimenticato la Costituzione di Cadice del 1812; e accet­tavano la Citane octroyée del 1814 soltanto nella larga e combattiva inter­pretazione che ne aveva data Benjamin Constant negli ultimi anni. Inoltre, le esperienze dell'esilio avevano fatto sentire a molti di loro che, per l'Italia, il liberalismo costituzionale era solo un problema tra i problemi, e non avrebbe potuto essere risolto senza che si risolvessero anche quelli dell'indipendenza e dell'unità. I moti del 1831 avrebbero di lì a poco rivelato che gran parte del nostro esulato si era già messo su posizioni più mature e avanzate di quelle dei liberali della penisola.
Si giunse così alla grande crisi del 1830-31, aperta dalle giornate di lu­glio. Tutta la nostra emigrazione si mise in moto. Anche i circoli più mode­rati, come quelli ginevrini, si risvegliarono; perfino un Pellegrino Rossi si dette da fare, corse in Francia, appoggiò il tentativo di spedizione in Savoia. Fu tutto un ribollire d'iniziative febbrili, di acuti contrasti e di affannose ricerche di intesa da un paese all'altro di Europa. Non mi dilungherò su que­sto momento decisivo della nostra emigrazione, che ho di recente cercato d'iUuminare in un modesto lavoro, che riprende e sviluppa gU studi del Saitta e di altri storici. Mi limiterò ad alcuni rapidissimi accenni, anche perchè il tempo incalza. Il centro di questo lavorìo della nostra emigrazione era, e non poteva non essere, in Francia: a Lione, a Marsiglia, ma soprattutto a Parigi. Dalla Svizzera, dal Belgio, dall'Inghilterra gli esub facevano giungere le loro voci alla centrale che si tentava di organizzare a Parigi. Non era una facile impresa: troppo eterogenee le correnti, e improvvisate le alleanze; troppo deboli e scarsi i rapporti con l'Italia; troppo poco propizia, dopo i primi momenti favorevoli e il facile esordio dei moti del 1831, la situazione internazionale. Le disparate esperienze dell'ultimo decennio confluivano tumultuose, ma stentavano a trovare un punto di convergenza. Il più pro­fondo, fra tutti i molavi di dissidio che allora travagliarono la nostra emi­grazione, era questo: la scelta del futuro assetto da dare all'Italia (monarchia o repubblica, soluzione unitaria alla francese o federale di tipo svizzero o americano, costituzione, riforme in senso democratico e sociale) doveva essere preventivamente concordata fra gli esuli e Bolennemente annunciata,