Rassegna storica del Risorgimento
EMIGRAZIONE POLITICA
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1954
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Alessandro Galante Garrone
oppure doveva rimettersi alla futura decisione del popolo italiano ? I buonar-rotiani erano per la prima soluzione: e ben si comprende, perchè il loro scopo era quello di ancorare il moto in Italia, come in ogni altro paese d'Europa, ad alcuni presupposti di rivoluzione politica e sociale, che avrebbe dovuto avere il suo perno in una Francia rigenerata. Ma gli altri esuli, inclini a posizioni più moderate, e preoccupati di ottenere, in qualsiasi modo, l'indipendenza dall'Austria, erano invece per la seconda soluzione. Ritroveremo questo motivo di dissidio in altri momenti critici, nel 1848 e negli anni immediatamente successivi. E vedremo i nostri esuli riprendere spesso, senza saperlo, gli stessi argomenti del 1831; e anche allora saranno i fautori dell'iniziativa francese e della rivoluzione sociale i più accaniti nel volere un'esplicita predeterminazione dei fini da assegnare alla.guerra insurrezionale in Italia. Un altro fatto è da notare. Nel tumulto di tante iniziative disparate e contrastanti, in seno alla nostra emigrazione del 1830-31, ebbero il sopravvento sugli altri esuli solo quelli che in qualche modo potevano contare sull'appoggio di forze politiche francesi: così Misley sui circoli di Lafayette, Mauguin, Dupont de l'Eure, che avevano accettato la soluzione orleanista, pur senza entusiasmo; così Buonarroti, sugli ambienti francamente democratici e repubblicani degli Amis du Peuple. Su questo allacciamento di forze, e distinzione di correnti, che mi sembra un punto di notevole importanza, le ricerche dovrebbero essere proseguite.
Falliti i moti del 1831 in Italia, si ebbe la seconda grande ondata di esuli. La maggior parte si rifugiò in Francia; di qui, molti sciamarono in Corsica, in Tunisia, in Algeria, in Svizzera; altri a Malta e nelle Isole Jonie; più tardi, nelle Americhe. Il 1831 fu veramente l'anno critico, decisivo nella storia della nostra emigrazione politica. Gli esuli appena giunti in massa dall'Italia s'incontrarono con quelli del 1820 e del 1821, del 1815, della Rivoluzione e dell'Impero. L'amarezza della sconfitta esacerbava le rampogne e le recriminazioni, induceva a discolpe e severi esami di coscienza, a supremi sconforti e a nuovi propositi di lotta. La catastrofe poneva in crisi la vecchia Carboneria, rendeva più guardinghi nei confronti della monarchia orleanista e del nuovo regime uscito dalle barricate di luglio, spingeva a foggiarsi nuovi strumenti di azione e a cercare l'appoggio dell'opposizione democratica e repubblicana. Da questo amaro disinganno e da questo ansioso fervore degli esuli antichi e nuovi balzò fuori Giuseppe Mazzini. Fuor d'ogni mitica trasfigurazione, d'ogni romantica idealizzazione della cella del carcere di Savona, la novità, la grandezza dell'esule genovese appare ancor più evidente se si considera l'ambiente di esuli dal quale egli prese le mosse. Se le ricerche che avevo avviate potranno essere riprese e condotte a termine, si vedrà da quali e quanti insospettati legami il giovane Mazzini fosse avvinto agli altri esuli, e come costoro, in più di un. caso, gli fornissero i loro sentimenti e i loro pensieri, i temi propagandistici, perfino le stesse parole: come è il caso per citare un solo esempio fra i molti del pugliese Domenico Nicolai, marchese di Canneto. L'originalità di Mazzini consiste nell'audace risolutezza con cui egli scelse e fece sue, fra le tante voci discordi della nostra emigrazione, proprio quelle che potevano indicare la via della ripresa. Un altro aspetto della attività di Mazzini deve ancora essere sottoposto a minuto esame, ed è quello dei suoi, rapporti col mondo francese: con gli ambienti repubblicani di Marsiglia, con i capi democratici di Parigi e di Lione, con l'agitata realtà sociale