Rassegna storica del Risorgimento

EMIGRAZIONE POLITICA
anno <1954>   pagina <241>
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L'emigrazione politica italiana del Risorgimento 241
liana, com'era stata sentita e proclamata nel 1831, era la segreta attrazione di Mazzini. A lui più che ad altri si deve, come dicevamo, se l'emigrazione italiana divenne una forza europea e non si frantumò in mille gruppetti im­potenti. Alla vigilia del 1848, Mettermeli non sapeva darsi pace che questa emigrazione capeggiata da Mazzini, e composta, com'egli calcolava, di non più di settecento persone disperse sulla superficie del globo, potesse tenere in agitazione ventidue milioni d'Italiani, ed in iscacco i governi d'Europa. Non era solo una minacciosa forza rivoluzionaria, ma una forza culturale e morale. Proprio per questo suo aspetto, Edgar Quinet dedicava le Revolution.* ePItalie agli esuli italiani.
Il 1848 segnò l'ultima grande crisi della nostra emigrazione, e non solo e non tanto per i ritorni in patria, molti dei quali definitivi. Ancora una volta, si riprodussero i gravi dilemmi che avevano travagliato gli esuli nel 1830-31. La fondazione dell''Associazione Nazionale Italiana nel marzo del 1848 a Parigi fu il tentativo di Mazzini di stabilire ima base comune, accantonando i problemi di fondo, primo fra tutti quello istituzionale. Giuseppe Ferrari, solo e isolato tra gli esuli di quella riunione, fremeva di sdegno, in silenzio. Gli aspri dissidi ridivamparono in seno all'emigrazione, negli anni successivi, com'era logicamente fatale. Era un contrasto insanabile di posizioni poli­tiche, ognuna delle quali cercava di avere il sopravvento sulle altre. Di qui il pullulare di comitati, di manifesti, di scissioni: Comitato Centrale Demo­cratico Europeo, Comitato Nazionale Italiano, Comitato latino: Cattaneo, Ferrari, Cemuschi, Montanelli, Lamennais, Ledru-Rollin, Kossuth, e ancora e sempre Mazzini. Sono vicende ben note; e, per quel che riguarda le ricerche documentarie e le interpretazioni storiche, basterà accennare alcuni nomi: Rinaldo Caddeo, Antonio Monti, Alessandro Levi, Luigi Salvatorelli, Alberto M. Ghisalberti, Georges Bourgin; e richiamarmi a quello che ieri vi ha detto Franco Venturi. Ma quello che qui mi preme dure, e che è forse il succo della mia ormai troppo lunga esposizione, è che ciascuna di queste posizioni dei nostri esuli si legava ad una determinata corrente politica europea. Mazzini cercava l'alleanza di LcdruRollin e dei capi democratici delle altre emigra­zioni e scendeva in campo contro il socialismo francese. Alla sua destra, Antonio Gallenga (un'interessantissima figura, che meriterebbe di essere studiata con cura) aderiva sempre più strettamente alle posizioni moderate e conservatrici della politica britannica. Montanelli puntava su Lamennais (e più tardi sul murattismo); Ferrari, che bene fu detto un vinto del Risor­gimento, dopo avere sognato la rivoluzione del povero e l'iniziativa rivo­luzionaria della Francia, si appartava in orgogliosa solitudine. So di essere coi grandi esuli del secolo XVI, diceva; so di vivere la loro vita; so di essere figlio di una tradizione in cui la solitudine non scema la fede . Ben si com­prende che quando, nel 1854, un gruppo di esuli tentò a Parigi di lanciare un programma definito di politica contingente che superasse tutte le anti­nomie, il tentativo cadesse nel nulla. Studiare i nessi molteplici e profondi di queste varie posizioni degli esuli con le grandi correnti della politica e della cultura europea aiuterà a rendersi conto dell'immenso sforzo che allora fu fatto dalla nostra emigrazione per inserire l'Italia nel vivo circolo di una più ampia e moderna civiltà.
Il colpo di stato del 2 dicembre, gli insuccessi dei moti mazziniani, i sempre più frequenti rimpatri, il risoluto ascendere della politica cavouriana,