Rassegna storica del Risorgimento

TOSCANA ; GHIBELLINISMO
anno <1954>   pagina <266>
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Carlo Bandi di Vesme
rimanenti Leggi leopoldine, ed è consigliato in tal senso dalla Francia. Certo, soggiunge Cavour, è preferibile questa soluzione che tornare al Medio­evo; ma senza lo Statuto, sembra chiedersi, sarà possibile impedire un com­pleto trionfo dell'ambiente clericale? *)
Lo stesso giornale aveva già notato precedentemente come, con onesto atteggiamento, il governo amministrativo, che prima costituiva un avvia­mento al regime costituzionale, ora accettava di costituire un ostacolo al medesimo.2) Ma in realtà l'ostacolo era ben tenue, come si vedrà pochi anni dopo, in quanto l'articolista non teneva conto di due fatti: che l'autonomismo regionale di questi funzionari dipendeva in gran parte dal timore di non essere assorbiti, perchè troppo numerosi, da una diversa entità statale; e che l'im­piegato statale, per la lunga consuetudine di deferenza, è sempre il più pronto ad accettare ogni forma di governo.
Trascorrono così ancora alcuni anni grigi, caratterizzati da improvvidi atti di simpatia da parte del Granduca verso Napoli, e da crescenti difficoltà di bilancio; finché si giunge ad un anno cruciale. Nel 1857, con la visita del Pontefice in Toscana, la questione delle Leggi leopoldine ritorna in primo piano alla ribalta.
Ed ecco il giornale subalpino L'Opinione 3) allora forse il più autorevole Ira gli organi della stampa torinese, riproporre il quesito. Dopo aver fatto osservare che il Consiglio di Stato in Toscana era in opposizione con il Consi­glio dei Ministri, per essere il primo di tendenza clericale e il secondo ghibel­lino, afferma l'improponibilità di ogni soluzione di compromesso: occorre o dare attraverso una costituzione un sicuro appoggio al Consiglio dei Mini­stri, o rinunziare del tutto ai principi sanciti dalla tradizione.
Ormai la situazione è chiara, confermerà di nuovo nel 1858 lo stesso giornale, 4) gli avversari del Concordato sono ritenuti al tempo stesso avver­sari del Governo e amici del Piemonte; servendosi di quest'arma, un momento o l'altro la pressione clericale la spunterà, se non interviene qualche fattore nuovo. Ad ogni buon conto, ad organizzare la resistenza liberale viene designato quale ambasciatore a Firenze un abile politico sardo, il Boncompagni, il quale non nasconde di ritenersi piuttosto inviato al paese che al governo. 6)
Ci si può chiedere come mai, non diciamo il granduca, ma almeno il Baldasseroni non avvertisse le incognite della situazione e i suoi pericoli. Mancava quest'ultimo di chiaroveggenza, o non riusciva ad imporre il pro­prio punto di vista? Dalla corrispondenza degli ambasciatori francesi in To­scana risulta corrispondente al vero piuttosto la seconda ipotesi.
Il Ministro toscano avrebbe voluto ad ogni costo evitare di urtare l'opi­nione pubblica, procedendo oltre nelle concessioni alla Santa Sede: si dichia­rava persin pentito di aver concesso il concordato del 1851, che l'aveva esposto ad una violenta campagna di stampa da parte dei giornali inglesi (si erano avuti dei casi di conversione al protestantesimo a Firenze che avevano determinato contrasti fra l'autorità ecclesiastica e la fiorente colonia brit-
1) // Risorgimento, 12 maggio 1852, articolo di fondo a Arma (C)- Cavour.
2) // Iiiaorgimcnto, 31 gennaio e 31 marzo 1852.
3) L'Opinion*, 4 agosto 1857;.
'* Il Risorgimento, 6 maggio 1851.
5) Su di lui cfr. M. GIULI, // Riaorgimento toscano e ragione popolare, Firenze, 1905, p. 208.