Rassegna storica del Risorgimento

1849 ; GAETA (CONFERENZA DI)
anno <1954>   pagina <300>
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Maria Cessi Drudi
Già nel linguaggio diplomatico appare a Gaeta la diversità della conce­zione. Scrìve un inviato alla corte papale (forse il Bargagli): II colore politico è qui tutto nero pia del carbone... Certo che, a stare qua, la causa d'Italia sembra spacciata per sempre (gennaio). Malgrado che il d'Harcourt e il de Rayneval sieno degli aristocratici come l'Estcrhazy, il Ludolf, il Martinez de la Rosa, essi Bono gli esponenti d'un mondo diverso. Cattolici, ma liberali, è nella loro azione e nella loro parola, la stessa perplessità che è nel paese, in Francia, e che è anche nelI'Oudinot.
Partiti dalla richiesta d'un referendum popolare, devono ripiegare sulla franca intesa delle quattro potenze, obbiettando subito e sempre la ripu­gnanza della pubblica opinione francese per qualunque intervento straniero a Roma. Nella loro parola si cita frequentemente la volontà del paese, che sentono vigile dietro a loro e di cui si preoccupano.
Quando il d'Harcourt prepara la fuga del papa, lo vuol sottrarre, sì, alla violenza, ma conscio dell'indole indecisa del pontefice, vuol portarlo in Fran­cia, perchè quell'ambiente popolare, compreso il elero, sostenga quella fiacca volontà, controbilanciando la suggestione autonelliana e soprattutto au­striaca.
Ma né ai plenipotenziari, né al governo francese si pone il dubbio della soppressione del potere temporale papale, mentre comincia già a delinearsi nel paese e perfino nel clero. Ed è in questo dilemma che le difficoltà si adden­sano e l'intesa si arena. Gli uni e gli altri sono i portavoce della coscienza nazionale cattolica e liberale: statuto e potere temporale coesistenti e fusi nello stesso sommo sacerdote. La breve ventata dal '48 romano aveva potuto assodare l'illusione.
Su questo ricordo così recente posano le perorazioni del d'Harcourt e del de Rayneval: non solo per legare il papa a quell'impegno impossibile a smentire, ma perchè il gesto papale era in realtà un'inconscia obbedienza all'urgere dei bisogni sociali ormai maturi e perchè il paese dietro a loro reclama appunto il proseguimento su quel cammino ideale e non un regresso e nemmeno un arresto.
Fin dalla prima seduta, con molto tatto afferma l'inviato austriaco, il de Rayneval insiste perchè i plenipotenziari pontifici manifestino nella Conferenza delle intenzioni costituzionali per appianare le difficoltà che desta a Parigi la questione dell'intervento. Nella seconda il più. vivace d'Har­court rinfaccia al papa ed alla sua corte la deplorevole situazione di Roma, di cui essi sono i colpevoli; ritorna sugli imbarazzi del suo governo davanti alla opinione pubblica prevenuta anche dall'azione austriaca sulla penisola. Nella quarta un dibattito di cinque ore" sviluppa l'insistenza francese per ottenere un impegno di promesse pubbliche dal papa. Non desistono nella quinta, anzi la fanno seguire da una nota a parte. Contegno che all'Esterhazy appare addirittura riprovevole. Naturalmente, nella loro condotta si riflette il volere dell'Assemblea francese, ma ben presto anche l'ondeggiamento del governo francese. Tranquillizzato del bilanciarsi dell'influenza fran­cese e austriaca in Italia, timoroso d'una scintilla che potesse far divam­pare un incendio europeo, il governo francese man mano ripiega sulla richiesta di assicurazioni anche solo formali, ma pubbliche, appunto per placare la vivace richiesta del paese. Questo, sia per bocca del Drouin che del Tocqueville.