Rassegna storica del Risorgimento
1789 ; NICCOLI RAIMONDO ; FAVIO FRANCESCO ; FRANCIA ; TOSCANA
anno
<
1954
>
pagina
<
330
>
330
Arnaldo eFAddario
fare (disp. 25 set. 1774 A.: S. F., Segr. Esteri, 233), con un atteggiamento mentale che non è servilismo verso il Granduca destinatario del dispaccio ne sarebbe la prima e l'ultima manifestazione e che lo fa buon interprete del senso di soddisfazione di cui era pervasa la classe dirigente del granducato, da cui egli deriva e della quale condivide le aspirazioni. Anche il Favi dimostrerà di essere sullo stesso piano; nel settembre del 1781 le gazzette di Parigi danno rilievo ai decreti di Pietro Leopoldo sui luoghi di ritrovo della nobiltà e sul marchio dei lavori in argento ed oro, ed egli, nel dispaccio del 10 di quel mese (A. S. F., Segr. Esteri, 2336) non mancherà di porre in evidenza il fatto nella relazione, usando espressioni che ricordano quelle, già citate, dello zio.
Di breve durata, però, anche la fiducia in Luigi XVI; riprende ben presto lo stillicidio delle osservazioni sul riaffiorare, al di sotto delle buone intenzioni, della impossibilità di venire a capo delle difficoltà interne del Regno. I lunghi dispacci degli anni della guerra d'America sembrano fargli dimenticare il problema interno, per dedicarsi completamente, o quasi, alle notizie di guerra. Ciò potrebbe attribuirsi all'interesse cronachistico, se non si leggesse spesso, tra le righe o esplicitamente, il compiacimento per la libertà che le colonie si conquistano con la guerra e per i legami che le uniscono non solo allo Stato, ma, e questo ha per il Favi maggior valore, alla società francese.
E potrebbero soccorrere, a spiegazione di questi interessi, anche le notizie, purtroppo frammentarie, risultanti dal carteggio, delle sue relazioni personali con gli inviati americani a Parigi, dai quali riceve spesso notizie e giudizi, segno non trascurabile del suo orientamento e del suo atteggiamento politico.
Non può mancare, però, in un toscano, un motivo di sottile ironia sui nobili, e sul La Fayette in particolare, per taluni atteggiamenti contraddittori, tra lo slancio di dedizione alla causa delle colonie in rivolta e le interessate resistenze opposte dai privilegiati alle riforme necessarie in patria. Il diffuso e ricorrente motivo della disillusione che traspare da questo carteggio, può servire ad anticipare e a spiegare il giudizio del Favi sugli avvenimenti dell' '89 e degli anni seguenti; falliti gli esperimenti della monarchia assoluta e permanendo il dissesto finanziario, non si può evitare una soluzione tendenzialmente rivoluzionaria. Pur non scrivendo mai la parola rivoluzione, il Favi ne sembra prevedere l'avviamento, attraverso il continuo invio di notizie pessimistiche sulla penuria di grano, sulle difficoltà in cui versa la popolazione, sul fallimento degli ultimi rimedi cui era ricorso in extremis il Galonne. Neppure l'adunarsi degli Stati Generali, che tanta parte prende, anche dal solo Iato cronachistico, nei carteggi veneto e genovese, contribuisce a modificare in lui questo atteggiamento; ne parla con molta sobrietà, senza pronunziarsi per il futuro. Il motivo di questo silenzio si chiarirà più tardi, nei dispacci del 1790, scritti a commento dell'operato della Costituente. Il Favi voleva vederla all'opera, là dove aveva fallito la Corona, e non riesce a dare di questo operato un giudizio favorevole: cresce a Parigi il numero dei malcontenti, mentre tutti perdono nella rivoluzione, il cui risultato finora dà pitt timore che speranza. Il sistema delle municipalità e quello del nuovo ordine giudiciario hanno delle cattive basi, e generalmente si conviene che non possono rimanere come sono (disp. 17 agosto 1190, A. S. F., Segr.