Rassegna storica del Risorgimento
NOLA ; CARBONERIA ; MOTI 1820
anno
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1954
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pagina
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335
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Preluda al mota carbonaro di Nola (1820) 335
Giuseppe Bongiovanni ed a Domenico Cicalese, altri componenti del Gomitato stesso, di assicurarsi se le popolazioni di Potenza, di Cosenza e di Napoli nutrissero sentimenti liberali.
All'alba, dunque, del 30 maggio 1820 una gran folla, che andò via via aumentando, guidata dai carbonari più in vista, afferrata la bandiera della Setta azzurra rossa bruna ed inneggiando a gran voce alla libertà, sì diresse furibonda al palazzo dell'Intendenza e, rintracciati i ritratti del re e della regina, li attaccò ad un fanale, incendiandoli.
Contemporaneamente a Mercato Cilento si aveva un movimento insurrezionale, provocato durante una fiera da alcuni audaci giovani, che affissero un cartello nella pubblica piazza. Sorpresi dalla polizia, furono tratti in arresto Francesco De Caro di Àscea, Francesco Galateo di Lustra, Francesco e Gaetano Garofalo di Torchiara, Nicola Isidoro Andrea e Giustino Giordano, Gaetano Patella di Torchiara.
L'altra rivolta, che maggiormente prelude a quella di Nola, si verificò il 17 giugno: essa fu provocata da sei focosi giovani che, adorni di coccarde tricolori ed al canto di inni patriottici, convinti che al primo loro grido tutto il popolo si sarebbe sollevato, si mossero da Salerno per Yietri, Cava, Materdomini e giunsero a Roccapiemonte, dove furono accolti da Pietro Amabile, esponente liberale del luogo. *) Più tardi, ritornando per la stessa strada, coi nastri tricolori ai cappelli e sventolando i fazzoletti, andarono gridando: Viva la libertà! Viva la Costituzione! La polizia, preoccupata, credette che cominciasse la rivoluzione. I sei giovani si chiamavano: Antonio Giannone, Giovanni De Vita, Clemente Prota, Federico Cammino, Felice Tafori e Francesco Saverio Menicbini, sergente dei cannonieri, cui si aggregarono pochi altri lungo la strada. Diversi furono arrestati, altri riuscirono a disperdersi nelle campagne, tra cui Pietro Sessa, Pasquale Lombardi e Rosario Macchiaroli, che si rifugiarono verso Fisciano, dove furono accolti da quei carbonari e dal loro dignitario Nicola -Lombardi. Approntate armi e munizioni, nella notte, in compagnia di parecchi settari, si avviarono attraverso le masserie di Pandola col proposito di eccitarvi la rivolta. Appena il governo napoletano ebbe sentore di questo avvenimento, mandò a Salerno il generale Nunziante con pieni poteri, perchè reprimesse ogni tentativo. Egli entrò in città il 30 giugno 1820, quando già diverse migliaia di cospiratori si erano nascosti nelle campagne. Preoccupato che in pochi giorni il movimento aveva fatto notevoli progressi e sospettando che 6Ì estendesse maggiormente, pensò bene di sedarlo con promesse anziché con le armi, e concesse per il momento l'amnistia generale a tutti coloro che avevano partecipato alle due rivolte, eccetto ai capi, che dichiarò pubblici nemici e additò alla pubblica esecrazione: Rosario Macchiaroli, Antonio Giannone, Clemente Prota, Gaetano Pascale, Raimondo Grimaldi, Pietro Sessa, Pasquale Lombardi, Matteo Bufano, Francesco Maselli, Giuseppe Bongiovanni, Ferdinando Giannone, Andrea Vallenoto e Domenico Cicalese. Fìssi, favoriti da Saverio Avossa, si rifugiarono a S. Cipriano Picentino, in
l) Carbonari di Salerno, risolati ed impazienti, avevano per ben due volte indotto il generale Guglielmo Pepe a capitanare la rivoluzione che intendevano fare, ma il Pepe aveva sempre cercato di mandar le cose per le lunghe.