Rassegna storica del Risorgimento

AZEGLIO, MASSIMO TAPARELLI D' ; VITTORIO EMANUELE II RE D'ITALI
anno <1954>   pagina <412>
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VITTORIO EMANUELE E I SUOI PRIMI MINISTRI
Lo statuto del 1848 dava al re una parte molto importante nel governo, se mai (o quando mai) l'avesse voluta. Ma il grado di controllo esercitato in realtà dal re non è sempre facile precisare. Tanti enigmi giacciono ancora nel­l'archivio reale: tanto più perchè le lettere scritte dal re gli furono di solito restituite in omaggio dopo la morte dei suoi corrispondenti. Per questa ra­gione è ancora impossibile scrivere la biografia di Vittorio Emanuele IL Sappiamo soltanto che molti momenti incerti della storia probabilmente saranno chiariti solo quando sarà possibile rintracciare la precisa parte reci­tata da quest'uomo. Spero che sarà concesso ad un amateur straniero di studi risorgimentali il toccare brevemente questo argomento, almeno se si restringa a quanto vi sia di nuovo da aggiungere dagli archivi privati e pubblici inglesi. Specialmente ci sono le carte di Sir James Hudson, am­basciatore britannico a Torino per più di dieci anni, ch'era un grande amico di Cavour, e quasi un amico personale del re. È anche una grande fortuna per la storia che questo spettatore delle opere più importanti del Risorgimento potesse scrivere lettere non solo ufficiali, ma anche familiari a Lord John Russell, ministro degli esteri a Londra. Ed è tra queste lettere ohe ho pas­sato qualche settimana per trovare il materiale per questa relazione.
I lineamenti principali del carattere del re sono ben noti. Del suo senso comune è appena necessario parlare, perchè il suo buon senso è evidente nell'accettazione delle leggi Siccardi, nella tolleranza mostrata per lo più a Cavour, nel trasferimento della capitale a Firenze, ed anche nella scelta di Depretis della Sinistra nel 1876. Neanche i suoi istinti generosi sono in dubbio, perchè come altrimenti si spiega la lealtà di Garibaldi? Nel suo at­taccamento all'Italia andava qualche volta più oltre che lo stesso Cavour. Almeno, parlando col Nisco disse ch'era pronto a divenire monsu Savoia e ad applaudire al successo di Mazzini, se questo fosse stato necessario alla forma­zione dell'Italia. 2) Ma non sono questi caratteri del re che mi interessano adesso; piuttosto il suo tentativo di sviluppare una politica personale di corte, spesse volte affatto diversa da quella dei suoi ministri. Cosi facendo, egli ha ritardato, e fors'anche reso alla une impossibile, la transizione da un governo costituzionale a un governo perfettamente parlamentare. Nessuno certamente può mettere in dubbio il suo diritto legale di interpre­tare la costituzione albertina in questo senso. Il mio interesse è nel metodo non di crìtica ma di indagine. Visto ch'egli ha avuto spesso una politica indi­pendente, tutta sua, talvolta si troverà che un'ipotesi di questo genere sarà la chiave alla spiegazione del corso degli avvenimenti una spiega­zione che altrimenti mancherebbe.
I pruni ministri fra 1849 e 1878 erano uomini accorti e sperimentati. Uno dei più grandi era certo d'Azeglio, ohe ha croato pel re il titolo di Galan­tuomo, ed ha oon questa parola magica contribuito tanto al prestigio leggen
1) N. Nisco, Storia civih del regno d'Italia, 1888, voi. IV, p. 839.