Rassegna storica del Risorgimento

"ARMONIA"; CAVOUR, GUSTAVO BENSO DI ; GIORNALISMO
anno <1954>   pagina <461>
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Gustavo di Cavour e L'Armonia
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Contro i cattolici, da cui si esige maggior fiducia ed onestà, sono levate calun­nie ed accuse esagerate; spesso però esse sono giustificate e naturali, anche se eccessive. In campo politico si agisce per lo più per ambizione, ed in tal modo non si difenderebbe, ma si danneggerebbe il cattolicesimo, avvilendo la religione con la politica. Questo non significa affermare sul piano pratico la necessità di estraniarsi dalla vita pubblica; occorre agire per difendere il cattolicesimo ed affrontare, con idee moderate e mansuete gli avversari privi di scrupoli, che si valgono di intrighi ed ingiuste accuse.
Cavour suggerisce di appoggiare candidati che nelle questioni secon­darie sappiano usare grande tolleranza, ma siano inaccessibili circa i prin­cipi della morale condotta .
Di particolare importanza sono gli articoli del marchese Gustavo che trattano dell'onnipotenza che si vuol attribuire allo stato, in quanto si rivelano in netto contrasto con le tesi di molti altri collaboratori dcVArmo­nia. Le affermazioni di Cavour, nettamente contrarie a quella che egli defi­nisce statolatria sono spiegate dagli avvenimenti e dalla lotta, che inco­mincia a delinearsi aspra e pericolosa, fra l'autorità ecclesiastica e quella ci­vile. Affermando che la statolatria è un errore che, spinto alle Bue logiche conseguenze, porta al comunismo (asserzione introdotta dalle recenti spolia­zioni di beni religiosi), Cavour si dichiara per una società in cui potere reli­gioso e civile sono chiamati a sostenersi a vicenda per il bene comune senza troppo autoritarie interferenze. Egli critica il diritto assoluto, e le dottrine esagerate sul diritto divino dei re, esagerazioni che giunsero ad abbagliare momentaneamente molti ecclesiastici scrittori, tra cui primeggia l'aito in­gegno di Bossuet. Questa dottrina di dispotismo ora non si afferma più in un solo monarca, ma nei parlamenti stessi. I popoli prosegue Cavour hanno certi diritti sacri, ed inviolabili anche verso coloro che esercitano il potere supremo... un individuo inerme ed isolato può avere un diritto positivo al quale l'intera nazione non può senza delitto recar pregiudizio. Egli prosegue sostenendo che il clero non è colpevole dell'insegnamento di dottrine le quali forse al di là del giusto estendevano l'autorità non sinda­cabile e non responsabile verso i popoli che veniva attribuita ai regnanti, e porta l'esempio di San Tommaso che in determinate circostanze giustifica la violenza contro la tirannide.
Cavour ritorna sull'argomento il 23 febbraio del 1849 in un articolo che illustra il concetto di sovranità del popolo, termine generico varia­mente inteso. Egli nega il principio del diritto divino dei re, che afferma insostenibile, poiché fa del potere monarchico un vero idolo.
In un certo senso il diritto di un legittimo imperante deve dirsi divino, giacché Dio è fonte di tutti i diritti, ma questo si applica a tutti i diritti e non vuol dire che i governanti tengano i loro scettri per una speciale delegazione del creatore.
Tuttavia Cavour non afferma, anzi contesta che dalla nazione scatu­risca la sovranità: piuttosto essa va esercitata per il bene del popolo.
Egli conclude affermando genericamente di essere contrario ad ogni dispotismo, e di intendere, con determinati limiti e restrizioni che non pre­cisa ma che mutano il significato della sua dichiarazione, la sovranità del popolo come sovranità della maggioranza. Questa sua dichiarazione di prin­cipi appare spesso contradditoria, in quanto egli aggiunge che un popolo