Rassegna storica del Risorgimento
CAVOUR, CAMILLO BENSO DI
anno
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1954
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pagina
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505
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I precedami della formula cavouriana, ecc. 505
non avrebbe potuto rubargli come questi poi disse, e come è vero l'espressione letterale libera Chiesa in Ubero Stato . Se poi si guarda alle circostanze politiche nelle quali venne proposta, a noi sembra che la formula cavouriaua assuma anche un certo sapore prammatico, e si possa quasi paragonare a ima macchina da guerra, alzata contro la cittadella dello Stato Pontificio. Non si intende con questo ritornare alle sgarbate osservazioni di alcuni studiosi dell'800 sulla sincerità delle convinzioni cavouriaue: ma la questione della sincerità, della quale si è preoccupato un po' esclusivamente il Rumili, va distinta dalla questione del significato intrinseco, e magari della coerenza delta tesi eavouriana; non siamo chiamati a decider oggi in merito, ma volendo indagare sui precedenti e sulla genesi della famosa formula non possiamo dimenticare che essa si ricollega, pur togliendo di mezzo ogni concessione in favore del potere temporale dei Papi, al vano sforzo compiuto dal Montalembert ancor negli anni del secondo Impero, per ricondurre Pio IX all'idillio del primo 1848 e per convincer la Chiesa a bonificare un certo individualismo liberale, fornendo in cambio una serie di garanzie conservatrici sul piano politico, religioso e sociale.
Se il Sillabo, che testimonia anche di evidenti risentimenti e timori politici, non avesse chiuso ogni via di conciliazione fra il Vaticano e le correnti cattoliche liberali, il fondo comune delle esigenze affacciate da un Cavour e da un Montalembert sarebbe forse riemerso in più vivaci discussioni: d'altra parte, si sarebbero anche meglio rilevate le differenze tra tendenze più schiettamente laicizzatrici e tendenze più filoecclesiastiche, per cosi dire, in seno allo stesso liberalismo moderato.
Risalendo, per coneludere, alle discussioni prequarantottesche dalle quali siamo partiti, noi troviamo nel De Barante, per citare proprio uno dei maestri del Cavour, qualche frase assai significativa, intesa a correggere l'eccesso spiritualistico delle tesi del Vinet: Credere che non vi è religione senza Chiesa e che non vi è Chiesa senza la convinzione che Dio è con essa non è un dogma contrario alla libertà di coscienza. Non è neppure un invadere il dominio della coscienza individuale, ma è semplicemente riconoscere che la cosciènza non racchiude in sé tutto ciò che le è necessario, e che non può garantirsi con le sole forze di cui dispone. ')
Queste caute riserve di fronte alla tesi della sovranità della coscienza individuale, che del resto lo stesso Vinet attenuava più tardi in qualche punto, costituiscono forse una delle prime espressioni del pensiero di un gruppo cattolicoliberale che poi si fuse col partito dei liberali dottrinari.
Fra lo osservazioni del De Barante sul primo saggio del Vinet, vi sono ancora delle parole che lo mostrano decisamente simpatizzante per le tesi separatiste, anche in riferimento ai rapporti fra Stati e Chiesa cattolica: dunque le lezioni di liberalismo del De Barante si potrebbero giustapporre agli influssi elveticovinctiani, senza poi dimenticare per questo l'opera veramente classica del Tocqueville, così bisno intonata agli orientamenti liberali
l) Queste osservazioni del De BARANTE BIII Memoire del Vinci del 1826 e sullo tori io esso esposte, contenute io una lettera allo Stapfcr dal 16 maggio 1826, eoo state edite coT Mfmoire in questiono (cfr. Tedi, cit. del VAUTIBB, pp. LV-LVI).