Rassegna storica del Risorgimento

DEMODOSSALOGIA ; CENSURA ; GIORNALISMO
anno <1954>   pagina <550>
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OPINIONE PUBBLICA E PUBBLICI POTERI NEL RISORGIMENTO ITALIANO
L'attuale fioritura di studi intorno alla demodossalogia dimostra un par­ticolare interessamento, di sapore attualistico, per quanto riguarda i rapporti fra la così detta opinione pubblica ed i pubblici poteri. Riteniamo quindi opportuno abbracciare nelle loro linee fondamentali, osservandole quasi di scorcio, le multiformi e successive legislazioni relative alla materia, svilup­patesi in Italia durante il Risorgimento nazionale (partendo dal direttorio per arrivare alla prima guerra mondiale).
Ci sembra che la storia giuridica della demodossalogia dimostri ancora una volta la stretta interdipendenza esistente fra i vari regimi giuridici di libertà d'opinione e gli avvenimenti politici: di questi i primi sono sempre le conseguenze che possono poi divenire premesse immediate.
La stampa, seguita ad una certa distanza dal teatro e dalla canzone, fu il mezzo principale di cui si giovarono le opinioni pubbliche per esprimersi o per tentare di esprimersi e si giovarono i governi per orientare e guidare le opinioni pubbliche: lo vedremo nella nostra rassegna, per necessità di spa­zio e di tempo sintetica e rapida.
Durante il periodo del direttorio il Bonaparte ricorse frequentemente, in Italia, alla censura preventiva, onde frenare le velleità dei nostri patriotti che mal sopportavano le imposizioni ed i soprusi stranieri. Si ebbero le stesse paure, gli stessi rigori che a Parigi e molti giornalisti furono condannati al­l'esilio (che in Francia aveva sostituito la ghigliottina).
Un editto del ministro della giustizia Luosi (10 novembre 1797) vietò le calunnie a danno di cittadini e le offese alla morale, dispensando tuttavia gli autori dalla firma dei loro scritti purché i loro nomi fossero noti agli stam­patori, i quali dovevano depositare gli stampati e far preventivamente revi­sionare gli scritti di autori stranieri. Ma il fremito d'idee e soprattutto i con­trasti polemici fra il giornalismo giacobino (ricordiamo H termometro poli-fico ed H giornale dei patriotti italiani, di cui redattori erano ardentis-sìmi meridionali, esuli a Milano dopo la reazione del 1794) e l'opposizione (per esempio VImparzial difensore del 1797, redatto da lombardi) indus­sero, dopo appena nove mesi, il commissario Trouvé, inviato da Parigi per fare stringere i freni, a far emanare una norma in base alla quale sia i giornali che gli altri periodici erano sottoposti unitamente ai torchi per la stampa al controllo della polizia, cui era data facoltà di vietarli. La repressione si concretò in numerose soppressioni di giornali (fra i tanti La gazzetta nazio­nale cisalpina) e 42 deportazioni di giornalisti. Le restrizioni per poco tempo furono mitigate dal Fouclié, venendo ripristinate in pieno dallo Joubert e mantenute dagli AustroRussi quando invasero l'Italia.
Tornati i Francesi, la censura giornalistica, libraria e teatrale nella Re­pubblica Italiana fu affidata ad una commissione di 3 revisori (leggi del 1803) che ai comportarono severamente. Lo stesso art. 19 del regolamento di poli­zia obbligava i giornalisti a sottoporre gli articoli da pubblicare anche al