Rassegna storica del Risorgimento

DEMODOSSALOGIA ; CENSURA ; GIORNALISMO
anno <1954>   pagina <551>
immagine non disponibile

Opinione pubblica e pubblici poteri nel Risorgimento, ecc. 551
comandante di piazza! Furono quindi minacciati i rigori della legge fran­cese del 16 termidoro anno V: tribunale straordinario, giudizio statario, co­dice militare.
Divenuto re d'Italia Napoleone, pur serbando uno stretto controllo di polizia, abolì sia la censura che la commissione di revisione, istituendo vice­versa un ufficio della libertà di stampa: atto molto significativo, se pure formale, in quanto fissava il concetto del diritto delle opinioni pubbliche di manifestarsi a mezzo della stampa, senza impacci di sorta, salvo l'intervento del pubblico potere a pubblicazione avvenuta.
Tuttavia la libertà giornalistica fu assai tarpata per altre vie; pesanti i gravami fiscali (bollo, soprattassa, imposte sulla carta e sui caratteri, ecc.), obbligo del giuramento per tutti i tipografi (iscritti in apposito ruolo), eccezionale zelo della polizia, *) stimolato in molte guise facilmente intuibili. Pressante poi fd l'azione esclusivamente politica esercitata sui giornalisti, fino all'intervento personale dell'imperatore in taluni casi.
Ciò avvenne attraverso una successione numerosa di atti legislativi e di provvedimenti che presentano spesso anche delle contraddizioni fra loro: chiari indici di quel dualismo caratteristico nel Buonaparte, che per un verso era rimasto il paladino dei principi dell'89, per l'altro intendeva d'instaurare un'autorità dittatoriale. Effimera, ma viceversa molto sintomatica per la demodossalogia particolarmente sotto l'aspetto psico-sociale, la proclama­zione della più ampia libertà di stampa, avvenuta nei 100 giorni, dopo l'esperienza dell'isola d'Elba.
Nella Repubblica Partenopea la costituzione di Mario Pagano, che affer­mava la libertà di stampa in tutte le possibili forme, nemmeno fu procla­mata, impedendolo il sopraggiungere della reazione. Col Murat s'ebbe un regime militare.
Nel complesso, nonostante gli indiscutibili progressi compiuti dall'Ita­lia (nelle tre parti in cui fu divisa: Regno Italico, Regno di Napoli, Province annesse alla Francia), il periodo napoleonico gravò sulla pubblica opinione per quella forma di dispotismo, sia pure illuminato, di cui sentirono l'insoffe­renza specialmente l'elemento aristocratico più conservatore e quello più propriamente popolare.
Le seguenti frasi, scritte in una corrispondenza da Eugenio de Beauharnais rispecchiano abbastanza esattamente il pensiero polìtico del Buonaparte: Governare per il popolo, ma senza il popolo; chiedere la sua opinione, per avere appoggio, non un controtto alla propria azione; non dargli istituzioni liberali, ma solo concederne le apparenze. Era un parziale ritorno verso Io stato patrimoniale.
Nella Sicilia Lord Bentinck fece firmare una costituzione a re Ferdinan­do, nella quale furono precisati i reati di stampa e le relative pene: il nome dell'autore doveva essere reso noto dallo stampatore soltanto in caso di proce­dimento giudiziario. Costituzione questa rinnegata poi dal Borbone nel 1815, per essere chiamata provvisoriamente in vigore soltanto nel 1848.
..
ij SÌ ricordano, ira molti episodi, l'amato del conta Giovio per avaro designato la corona ferrea con la parola fettuccia e l'internamento in manicomio del giornalista Lat­tanti per avere scritto di ritenere che i destini dell'Etruria fossero giunti al loro punto di maturiti*