Rassegna storica del Risorgimento

DEMODOSSALOGIA ; CENSURA ; GIORNALISMO
anno <1954>   pagina <552>
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552 F. A. Perini Bembo
È da notare che l'apparente liberalità di tale concessione mascherava tuttavia una manovra inglese, tendente a giovarsi dei liberali siciliani e peninsulari contro la Francia e Napoleone: vera e propria manovra politica sulla opinione pubblica.
Con la restaurazione in Italia, ini po' ovunque, fu ripristinata la cen­sura. Severa la Istruzione per li revisori} che Vittorio Emanuele I impose il 25 giugno 1816 nel Regno sardo. Ogni incrostazione rivoluzionaria ed illu­ministica residuata dalla legislazione napoleonica doveva essere cancellata dai Savoia, preoccupati di ripristinare le tradizioni paesane del loro stato. Senonché tanto la monarchia quanto i rivoluzionari coincidevano in quell'at­teggiamento antiaustriaco, che fu poi determinante per la fusione delle forze e per la funzione nazionale svolta dal Piemonte.
Solo nel 1847, nell'ambito di questo clima e per il maturare dei tempi, furono però mitigate con le patenti del 30 ottobre le disposizioni Bulla stampa, autorizzandosi, previo controllo, la pubblicazione di giornali politici e di articoli critici in materia d'amministrazione pubblica.
Opera più particolarmente attiva fece nel frattempo il governo piemon­tese appoggiando, con esenzioni fiscali o facilitazioni varie (di trasporto, diffu­sione, ecc.), quei mezzi formativi delle pubbliche opinioni che si ripromet­tevano il ritorno alle tradizioni avite. Per esempio fu incoraggiata tutta la propaganda, orale e stampata, dell'associazione L'amicizia cattolica , sorta nel 1817, editrice di libri, opuscoli, fogli volanti e, dal 1822, di un proprio organo ufficiale L'amico d'Italia, diretto da Cesare d'Azeglio, padre di Massimo.
Nel LombardoVeneto, col ritorno della censura, tipografi e librai do­vevano essere autorizzati e furono sottoposti a rigorosa sorveglianza. E nota la sospettosità e la severità dei funzionari austriaci, facilitata dalle disposizioni emanate, che giungevano per esempio perfino a vietare la cir­colazione dell'effige di Venezia in sembianze di donna eoi corno dogale !
Contro le restrizioni legali ben seppero però destreggiarsi i patriotti ita­liani, che solo evitando di nominare la parola politica, riuscirono sempre più a parlare e scrivere su qualsiasi argomento, agitando le idee ed affron­tando questioni di viva attualità. Ricordiamo, fra i molti fogli di quel periodo prequarantottesco, la Biblioteca italiana, Il conciliatore, Il ci-salpino, Il caffè Pedrocchi, il Giornale euganeo, Il gondoliere, la Gazzetta di Venezia, l'Omnibus e vari altri. Cosi pure, nelle altre terre italiane sog­gette all'Austria, VArcheografo triestino, La favilla, L'Istria, la Dalmazia, il Giornale di Zara, ecc.
Scrisse in quel torno di tempo il poeta istriano Pasquale Bcsenghi degli Ughi in un'ode all'attore Luigi Vcstri, due strofe che la polizia cassò; ma due anni dopo, mutata qualche parola, riuscì a farle passare ed esse si diffusero e vennero cantate per le Venezie e sino in Lombardia: E '/ di verrà che l'italo / fui reintegrato onore: J Surti gli antichi spiriti, J Virtù, cantra furore Vestirà le temute I Armi a comun salute. Esempi che si potrebbero citare a bizzeffe.
Il regolamento 29 settembre 1814 impose nel ducato di Parma, Pia­cenza e Guastalla l'obbligo per i tipografi di una speciale licenza e del giu­ramento. La censura dei manoscritti, per la stampa fu affidata all'università o, trattandosi di fogli volanti, al governatore; dopo il decreto 7 aprile 1840 passò integralmente al direttore di polizia, assistito da due censori.