Rassegna storica del Risorgimento

GIACOBINI
anno <1954>   pagina <596>
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'96 Giorgio VaGCarìna
veniva ad acquistare coscienza politica e le prime concrete possibilità di svolgimento.
Come nacque questa coscienza ? Essa nacque dai repubblicani italiani che intendevano importare in Italia le libertà politiche francesi, e cioè dalla volontà di dar vita alto stato moderno della rivoluzione, ben oltre gli schemi dell'assolutismo illuminato e del riformismo settecentesco.
Si verificò allora questo fenomeno: che, mentre i liberali moderati e amici dell'ordine si disponevano a sostenere gli agenti francesi, esecutori in realtà delle direttive spogliatrici del Direttorio, tanto divergenti dai principi della fraternità dei popoli e delle repubbliche sorelle, proclamati dalla Conven­zione, quei giacobini italiani, che erano i più affezionati alle libertà moderne e all'indipendenza, si trovarono tutti insieme nella necessità di unire i loro sforzi per meglio resistere alla politica del Direttorio, tornato ai metodi della spartizione dei vinti e al mercato dei popoli. In analogia con i cospira­tori di Babeuf, saranno detti anarchistes.
Nelle alterne vicende della politica di governo nei paesi occupati, essi passarono dalle più calde speranze nei francesi alle più sorde delusioni, decisi com'erano a tornare in armi, con o senza francesi, nelle loro città liberate.
Il loro ceto fu soprattutto quello degli esiliati, rifugiati nella Cisalpina prima e in Francia poi, costituito dalla dinamica conche degli uomini più accesi e versati nella lotta senza quartiere, che si sovrapponeva a quella più moderata ed arrendevole dei repubblicani locali e dei notabili riabilitati.
Nell'emigrazione piemontese in Francia nell'estate del 1799, il fatto si era ripetuto con particolare evidenza. Da coloro stessi che pochi mesi prima avevano accettato e propagandato il plebiscito di annessione alla Francia, si potevano ascoltare ormai le espressioni del più acceso italianismo unita­rio. L'incerto e ondeggiante Botta che tornerà, ancora dopo Marengo, al
progetto di riunione alla Francia era stato allora il più chiaro esempio
di questo unitarismo di occasione.
La condizione contingente di emigrazione e la necessità, nell'isolamento, di unire gli sforzi furono dunque talune delle premesse fondamentali della politica unitaria, considerata nel suo aspetto essenzialmente strumentale dalla generalità di coloro che s'erano battuti per l'affrancamento e le libertà politiche moderne.
Ma in particolare l'idea di unità venne suggerita ai patrioti italiani dagli estremisti francesi, dai superstiti della congiura babuvista, che tennero in quegli anni le fila della cospirazione italica, o almeno esercitarono su di essa il più efficace potere di attrazione. Già tra i partecipi del noto concorso indetto dall'Amministrazione generale della Lombardia, sul tema: Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità Italia, il Godechot ha osser­vato ohe, su sei francesi concorrenti, quattro s'erano schierati per la tesi dell'imita italiana, di contro a solo otto dissertazioni sulle ventiquattro, presentate dagli italiani, che si potessero dire unitarie.
La stessa origine della società italica dei Raggi ebbe il suo precedente più. valido nel Comitato che Marc Àntoine JuHien de la Dròmo (assolto solo nel 1797 dal Tribunale di Venddme, per la sua partecipazione alla congiura di Babeuf) aveva sin dai primi mesi di quell'anno cercato di costituire segreta­mente nella Cisalpina, al fine di propager la Ibi républicaiue et l'idée nnitairc dans toute l'Italie, e non ora forse dissimile, nei suoi intenti di propaga-