Rassegna storica del Risorgimento
DE RISO EUGENIO ; EMIGRAZIONE POLITICA ; CALABRIA
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1954
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Emigrazione politica di Calabresi - Il ro.se Eugenio de Riso 605
compromessi, *> nella marina di Botricello una terra ch'era stata feudo della sua famiglia imbarcò su un palischermo che andò a fare scalo a Cotrone, d'onde, su altro mezzo più idoneo, senza perder tempo riparti per Corfù.
Nonostante la favorevole e lusinghiera accoglienza che vi ricevettero, prendendo poi ognuno via diversa, Eugenio de Riso scelse quella che portava in Grecia, ove, tra i ruderi delle glorie antiche ed il ricordo della morte eroica di Santorre di Santarosa confortava di rinnovata speranza i suoi aneliti di patriota, iniziò trattative per costituire una legione di albanesi coi quali tornare in Calabria a ritentare la sorte delle armi. Generosa impresa che non potè esser tentata per il rifiuto di aiuti da parte dei governi provvisori di Sicilia, Roma e Toscana cui si era successivamente rivolto.
A Malta, ove era andato dalla Grecia, saputo dell'insulto recato all'onore ed al coraggio dei calabresi, pubblicò una lettera al colonnello Longo un valoroso ch'era stato con lui a Castrovillari per ristabilire la verità.
Poco dopo andava a Roma, lavoratore instancabile per il riacquisto della libertà nel napoletano, ed avuta a tal fine in missione di recarsi a Fi* renze dal Guerrazzi, studiò con questi il mezzo di sommuovere le provinole napoletane e di rialzare il partito dei liberali ovunque indeboliti. Ciò nonostante il Guerrazzi gli diede ben presto la sensazione che la sua missione era fallita, per cui fece ritorno a Roma, per dimostrare a quei governanti che non dalla difesa di Roma dipendevano le sorti d'Italia, ma dall'invasione del napoletano ad opera di Garibaldi. Inascoltato anche qui, prese il fucile e combatté da semplice soldato nella difesa della città eterna. Fu nel sangue e nel dolore di quelle giornate che conobbe una Pepoli, legata in parentela coi Murat, colla quale avrebbe dovuto celebrare presto il matrimonio. Ma nel febbraio del 1850, scoperta la sua presenza a Roma, su richiesta della polizia borbonica, il governo papale ne ordinava l'espulsione. Esule dall'esilio lasciò Roma diretto a Marsiglia con la speranza di forvisi raggiungere dalla fidanzata. Ma ciò non potette essere, perchè il Governo borbonico, confiscandogli i beni, dopo la sentenza di condanna a morte, gl'inibì di legare al suo destino precario colei che amava, non consentendogli la sua dignità di vivere a carico di lei.
Offerto alla Patria anche il sacrificio del cuore, nel maggio successivo andava a Parigi. Dapprima attivo tra gli attivi, il decorso delle vicende nazionali lo persuase che almeno per alcun tempo ogni tentativo sarebbe rimasto infruttuoso, per cui, allentati i rapporti coi patrioti esuli, di più strinse i legami col Gioberti, col Lamennais e con il generale Guglielmo Pepe, dedicandosi a studi severi ed a ricerche nelle biblioteche pubbliche. Gli si definì allora l'idea di un'opera che mostrasse come la civiltà del suo tempo non fosse che lo svolgimento di quella antica latina fondata sul principio di proprietà individuale, libera ed inviolabile, perfezionata dal progresso del tempo. *) Opera che potrebbe essere letta oggi, a circa un secolo, con maggiore interesse ed utilità.
*) Il conte Giuseppe Ricciardi, il barone Stanisno Lupinacci, da Colico, morto esale nel '58 a Firenze, Rocco Susanna, Benedetto e Pasquale Mugolino, Giovanni Nicotcra, Luigi Ceraso, Giuseppe Sarde, Luigi Miceli, Domenico Manco, Lepiane e Mele.
") L'opera fu pubblicata postuma dai ira usili ohe coli mancarono al desiderio dell'autore che in punto di morto pregò la madre di distruggerne il manoscritto assieme a tutte le altre suo