Rassegna storica del Risorgimento

UMBERTO I RE D'ITALIA ; COMANDINI ALFREDO
anno <1954>   pagina <648>
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Piero Zama
Bisogna riconoscere che questo proposito di servire la verità e non un partito, e meno ancora una setta o una clientela, è onestamente mantenuto anche là dove l'A. non cela le sue opinioni, né risparmia giudizi, né rinuncia ad esporre soluzioni di problemi che appassionano gli uomini di parte. In questi casi, le pagine del Comandini, pur rimanendo serene e- per tale sere­nità, alte sul dibattito passionale, diventano altresì documento e fonte per gli storici di oggi in quanto l'A. è anche attore in quelle azioni, è combattente in quelle battaglie dove nulla gli è oscuro anche perchè non cessa di essere uno dei più colti e geniali giornalisti del suo tempo.
Pretendere che non echeggino nei momenti più vivi della narrazione gli accenti polemici è un assurdo. Ma quegli accenti sono garbati ed armoniosi e non sono un impedimento alle libere valutazioni del lettore, non costitui­scono un'eccezione al comandamento di servire la verità, e non distolgono l'A. medesimo dalla ponderata e persino indulgente sentenza su eventi e su nomini ai quali non viene mai negata la più serena comprensione.
Ci sono particolarmente apparse sotto questa luce le pagine che riguar­dano la questione dell'indennità ai deputati, quelle delle incompatibilità par­lamentari, le pagine giustificanti il processo politico che condusse alla triplice alleanza, atto inevitabile anche se malamente stipulato.
A proposito poi di fatti e manifestazioni tipicamente passionali, si veda con quanta obbiettiva serenità (e non senza deplorazioni contro i violenti) il Comandini narra il triste episodio della notte fra il 12 e il 13 luglio 1881 (tra­slazione della salma di Pio IX), e come egli, risalendo dai minuti episodi, tragga spunto per trattare della questione romana con moderazione, serietà e competenza ammirevoli in un uomo che fin da bambino, e cioè fin dai tempi in cui suo padre scontava in carcere la condanna inflitta dal governo di Pio IX, si era sentito irriducibilmente anticlericale.
Onesto e nobile vale la pena di rilevarlo è pure il giudizio che il Comandini repubblicano dà a proposito degli attentati ai sovrani: attentati che hanno la sua ferma ed incondizionata disapprovazione. Il che ci induce a rinnovare la nostra domanda circa un possibile ma non spiegabile rapporto fra la distruzione del libro e la tragedia di Monza.
A far fede di tanta serenità verso i rappresentanti dell'istituto monar­chico basterebbe citare quanto egli scrive sin dalle primissime pagine del­l'opera e non soltanto in quelle a proposito di Vittorio Emanuele II: re cosi scrive appassionato per la politica, dotato di forte volontà, spi­rito intraprendente, sollecito dell'attuazione completa del programma per l'Indipendenza Nazionale, lealmente costituzionale, ma abile nel far prevalere nelle questioni decisive il proprio volere; disposto ad acconciarsi con qualunque ministro venisse designato dalle manifestazioni della maggioranza parla­mentare, ma risoluto nel mantenere ferme, con impronta personale, le grandi linee direttive della politica interna ed estera del giovane regno, ed a consoli­dare la monarchia unitaria a qualunque costo. Tale era Vittorio Emanuele H indole battagliera, avventurosa, proclive alla galanteria, alla prodiga­lità; insieme di qualità e difetti degni di principe destinato a secondare, fre­nare ed usufruire il movimento nazionale italiano, adoperandovi anche un tanto di necessario scetticismo per ciò che si riferisce agli uomini ed ai mezzi, ma animato da viva fiducia per ciò che si riferisce alle grandi finalità nazio­nali (pp. 4-5).