Rassegna storica del Risorgimento
UMBERTO I RE D'ITALIA ; COMANDINI ALFREDO
anno
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1954
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pagina
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650
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650
Piero Zama
Parole che se non erro dovremmo noi stessi meditare.
Ma pur sentendo l'attrattiva delle pagine comandiniane, dobbiamo di necessità rinunciare ad altre citazioni, non senza aggiungere tuttavia che le pagine hanno un singolare valore documentario quando trattano di avvenimenti (attentato Passanante, per esempio) a cui il Comandini fu testimone o quando abbozza ritratti di uomini politici che conobbe molto da vicino. Notevolissima è, a questo proposito, l'opinione largamente documentata nelle pagine del Comandini, nei riguardi di Francesco Crispi. H Comandini mostra il più vivo interesse per lo statista siciliano e per l'uomo. Lo vuole scrutare fin nel profondo, lo vuole conoscere, vuol vedere in quale misura egli superi i suoi contemporanei e dove invece deluda. Giudica della sua abilità, calcola gli effetti della sua passionalità, i risultati della sua chiaroveggenza o del suo ardore polemico, come anche si intrattiene sugli errori, sugli eccessi cui si abbandona, sulle fantasiose sue voglie, che sono quasi sempre dannose in un uomo politico; e sempre si accosta a colui che è dopotutto un suo avversario, con cavalleresca lealtà e con italiana comprensione.
Non abbiamo incontrato veri e reali errori nei giudizi che il Comandini da di tanti personaggi, anche se non pochi anni sono passati e molti elementi nuovi di giudizio sono venuti e vengono in luce. C'è una sola eccezione da fare e riguarda Luigi Castellazzo. Ma l'opinione favorevole che viene espressa in poche righe, occasionalmente, verso costui, nasce da buona fede e non da ordini ricevuti.
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A questo punto si potrebbero tentare confronti o cercare analogie fra II Regno d'Umberto ed altre opere storiche che riguardano l'Italia umbertina, nate pur esse negli ultimi anni del secolo XIX o nei primi decenni di questo
secolo.
Certo si respira nelle opere maggiori dei tempi più vicini a noi un'aria diversa, si avverte la presenza del professionista, e più ancora dell'assertore di metodi nuovi e di nuove dottrine.
Dovremo quindi ammettere che la storia del Comandini non è l'opera di un dotto della scienza storica (pur conoscendo egli minutamente i fatti di cui si occupa e pur possedendo una grande cultura); o meglio non è un'opera che voglia servire la scienza in ciò che oggi, a parere dei dotti, la scienza deve essere; è un'opera che, nelle espresse intenzioni del suo autore, vuole servire il popolo italiano.
Opera documentata e a sua volta documento è questa del Comandini: opera di rivelazione, di illustrazione e di divulgazione per educare il popolo: e questa è forse l'espressione che più e meglio la definisce.
In sostanza, il Comandini storico o, se vogliamo, il Comandini risorgimentista non cessa di essere giornalista, anche se sa di aver messo piede sopra una cattedra diversa. E pertanto resta quello che non aveva mai cessato di essere il giornalista, ossia un formatore ed educatore della coscienza italiana.
H suo interesse nel cercare la verità, nell'esporre la verità, risponde al bisogno suo interiore di compiere una missione di educazione civile.
Concezione, dunque, superata dalla scienza storica contemporanea, per la quale il Risorgimento soltanto un problema di storia e non una premessa di vita per le nostra vita, non un mezzo di ammaestramento: ossia la vicenda