Rassegna storica del Risorgimento

UMBERTO I RE D'ITALIA ; COMANDINI ALFREDO
anno <1954>   pagina <723>
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Libri e periodici 723
liberale di larghi strati dell'aristocrazia e delle ragioni della mancata formazione di una borghesia capace di esprimere dal proprio seno tendenze politiche auto­nome rispetto a quelle della nobiltà.
Non le influenze culturali in senso illuministico osserva il Romano né le ideologie politiche in senso riformatore, a cui si è generalmente attribuito un peso determinante (R. De Mattci, 11 pensiero politico siciliano fra il Sette e "Ottocento, Catania, 1927), e neppure il semplice indebitamento dei baroni, a cui sì è data pure notevole importanza (Pontieri, Romeo), hanno spinto larga parte dell'aristocrazia isolana, in senso progressivo, verso il movimento liberale, che doveva poi sboccare nella costituzione del 1812; ma principalmente la spe­culazione mercantile dei grani di propria produzione non poco favorita dalla rivo* lozione stessa dei prezzi avvenuta nei secoli XVI e XVII e soprattutto nel periodo che va dalla seconda metà del secolo XVII fin quasi alla fine di quello successivo in cui i baroni sono stati veramente grandi mercanti, oltreché grandi coltivatori e allevatori (p. 18). È allora che essi, profittando, insieme con i mercanti, della continua ascesa dei prezzi che rendeva più alta anche la vendita delle derrate, e quindi più lucroso anche l'affitto dei feudi, vanno orientandosi verso forme di sempre maggiore liberismo economico, che non hanno scrupolo dì sostenere anche nei periodi di crisi granaria in cui la tratta viene dal governo limitata, quando addirittura non s'abbandonano alla pratica su vasta scala dell'esporta­zione clandestina, a ciò indotti dal desiderio di più lauti guadagni (p. 21).
Però se una parte delle famiglie mischiate a questo gioco di speculazione mercantile, anche per l'indulgenza dell'autorità alle loro speculazioni , riesce ad arricchirsi e ad impinguare sempre maggiormente il proprio patrimonio, altre invece, meno fortunate, s'indebitano e crollano. È appunto rileva ancora il Romano in seguito alle conseguenze negative di queste speculazioni, fattesi sempre più acutamente sentire nel ceto nobile tradizionale verso la fine del Set­tecento, che i negozianti , nella crisi che travaglia la produzione manifatturiera, dopo la fioritura del secolo XVII, investono i loro capitali nell'acquisto di feudi e terre, non quindi per semplice vanità, come ritenne il Caracciolo, ma per concrete esigenze di vita, e s'inseriscono cosi nella nobiltà, assicurandosi talune esenzioni e privilegi (p. 24). A questo intimo legame, venutosi stringendo tra aristocratici e borghesi, fa quindi risalire il Romano la richiesta, sostenuta anche dalla nobiltà e che ha poi attuazione con la riforma costituzionale del 1812, di un più libero commercio e dell'abolizione dei vincoli feudali che ancora gravano sulla terra.
In tal modo il Romano, mentre da una parte riduce di proporzioni la fun­zione dal Romeo attribuita al Caracciolo di avanguardia del movimento libe­rale in Sicilia (praticando anche i baroni l'attività mercantile propria dei nego­zianti , in definitiva quel viceré, con la sua azione, faceva il giogo proprio di una parte, la più forte, di quel ceto che sul terreno politico egli, come esponente dell'assolutismo, si proponeva di combattere) (p. 15), dall'altra rivendica la capa­cità politica del ceto dirigente isolano, dal Romeo sminuita, avendo esso saputo trarre profitto, come meglio dimostrerà la sua azione successiva, nel 1848 e nel 1860, li ogni elemento in apparenza sfavorevole per affermare sempre più il suo predominio nella vita sociale ed economica dell'isola. La costituzione del 1812 che trasforma in beni allodiali, cioè in proprietà privata, gli antichi feudi, fu infatti per l'aristocrazia, che di quella s'era fatta sostenitrice, uno strumento vali­dissimo per consolidare <:su più solida base, sul piano economico , il suo potere (p. 25).
Mentre non possiamo non ammirare l'acutezza della nuova interpretazione che il Romano fa dei motivi che hanno determinato nel Settecento l'evoluzione poli­tica, in senso liberale, del ceto dirigente siciliano, non possiamo non rilevare che egli nulla ci dice del comportamento che in quel movimento mantenne l'alto clero