Rassegna storica del Risorgimento

UMBERTO I RE D'ITALIA ; COMANDINI ALFREDO
anno <1954>   pagina <724>
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724 Libri e periodici
che allora, per la grande proprietà terriera di cui era in possesso, giocava pare, nella vita economica dell'isola, un ruolo di non secondaria importanza. Un esame di questo genere non solo ci avrebbe fornito un quadro più preciso della situa* zione, ma mettendo in maggior luce il diverso rapporto di forze, avrebbe tolto al saggio un certo schematismo che non poco gli nuoce.
In ogni modo fu certo accòrta abilità politica del ceto dirigente, ora per la prima volta messa in rilievo dal Romano, Pavere rivolto, ancora anteriormente all'azione del Caracciolo, le aspirazioni alla terra della nascente borghesia verso le proprietà ecclesiastiche, in ciò coadiuvato dalla pubblicistica (Antonino Pepi che il Romano avrebbe potuto pure consultare con utilità, ciò fece in termini così forti che ebbe addirittura censurate alcune pagine del suo Saggio filosofico e civile sulla giurisprudenza romana, rimasto pertanto manoscritto, ora in Biblio­teca Comunale di Palermo, ai segni 2 Qq-F-60), come verrà poi progettato nel 1848 e nel 1860 e infine praticamente attuato con la famosa legge del 10 agosto 1862. Non era perciò timóre del tutto paradossale quello dell'aristocrazia liberale nei confronti del movimento per la partecipazione alla terra apertamente manife­stato da alcuni strati della borghesia in via di sviluppo, che nel 1813 fece anche il suo ingresso in Parlamento, vedendo essa in quel movimento tutti i sintomi della rivoluzione di Francia e forse peggiori (p. 30). Vi è stato anzi chi, recen­sendo il volume del Romano, ha ritenuto di riportare ancora ad un'età anteriore al 1812 il formarsi in Sicilia di quello stato d'animo di grande paura in seno all'aristocrazia, di cui appunto sarebbe stata vittima il Di Blasi, giustiziato nel 1795 (Scibilia, Movimento Operaio, cit., p. 657).
Ponendosi a questo punto il problema delle ragioni che hanno impedito il formarsi in Sicilia di una borghesia autonoma nell'ambito delle corporazioni sici­liane che ancora nel 1820 manifestano tanto slancio rivoluzionario, per cui di li a poco vennero anche sciolte con decreto reale del 21 ottobre 1821 (L. DAL PANE, Il tramonto delle corporazioni in Italia, secolo XVHI-XIX, Milano, 1940, pp. 260-61), il Romano traccia un profilo storico della funzione ime quelle esercitano nella società siciliana, dal quale emergono da una parte i continui sforzi fatti dal baro­naggio per mantenere il controllo di esse e impedirne lo sviluppo, ritenuto tanto più pericoloso in quanto alle maestranze spettava l'esercizio della tutela dell'ordine pubblico con diritto di armare milizie e di avere guardie armate permanenti; e, dall'altra, l'impossibilità, per le corporazioni , per le particolari limitazioni e i particolari ordinamenti che le regolavano, della capitalizzazione del reddito di produzione e quindi di una accumulazione capitalistica, nonché l'interesse della nascente borghesia, per la comunanza di scopi che ormai la legava alla vecchia classe feudalc-mercantilc, a trarre vantaggio sul terreno del predominio sociale da quella compenetrazione di feudalismo baronale e di mercantilismo borghese a cui si accennato (p- 53).
Il problema della funzione storica delle corporazioni delle arti e mestieri dell'isola nel secolo XVIII era stato già sia pure incidentalmente, oggetto d'inda­gine per il Romano nel saggio Riformatori siciliani del Settecento, 1770-1774 (in Società, a. III, 1947, p. 347, n. 2), nel quale sosteneva che la rivolta palermitana del 1773, per cui venne cacciato il viceré Foglia ni e affidato il governo della città all'arcivescovo Filangieri, sarebbe stato un tentativo, anzi l'unico tentativo di dette corporazioni di impadronirsi del < potere per sottrarsi all'influenza baronale e favorire cosi, nell'isola, lo sviluppo delle manifatture, non senza appoggio, in queste loro rivendicazioni , di e parecchi nobili di tendenze riformatrici e delio stesso arcivescovo Filangieri. Ci veniva fatto allora di chiederci su quali possibilità di autonomia le maestranze palermitane fondassero queste loro aspi­razioni, quando per la forma eminentemente feudale dell'economia isolana, esse erano strettamente legate alle classi più ricche, soprattutto, considerando l'atteg­giamento successivo eminentemente conservatore di esse maestranze, che, non meno