Rassegna storica del Risorgimento
UMBERTO I RE D'ITALIA ; COMANDINI ALFREDO
anno
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1954
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pagina
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725
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Libri e periodici 725
dei baroni, si mostrano ostili al riformiamo caraccioliano, diretto, questo, peraltro, nei loro riguardi, non ad una totale abolizione delle corporazioni, bensì a divincolarle dall'influenza delle classi più abbienti (cfr. F. CATALANO, Il viceré Caracciolo e la Sicilia alla fine del secolo XVIII, in Belfagor, a. VII, 1952, pp. 515-16, nn. 4 e 5). Sicché eravamo portati a considerare quella rivolta piuttosto una manifestazione del disagio economico in cui si travagliavano le classi proletarie, straordinariamente numerose a Palermo, disagio di cui non si sapeva dare carico se non al governo. Ci pare pertanto che la sopra accennata soluzione che il Romano dà al problema, ora ripreso con altra preparazione e con una pia ampia prospettiva storica, sia meglio rispondente alle reali condizioni storiche dell'isola, prova anche questa, se occorre, della serietà scientifica con cui è condotto il lavoro.
Egli però, pur ammettendo che la forma dei rapporti sociali, dove domina la dipendenza personale, e le forme contrattuali con le prestazioni gratuite, rimangono ancora quelle feudali, tiene tuttavia ad affermare che alla vigilia del 1848 non si dovrebbe più parlare in Sicilia di una strattura agraria feudale come fa il Romeo, ma piuttosto di una struttura economica semi-feudale, non solo per quello ch'egli dice sugli elementi capitalistici mercantili penetrati già nei secoli precedenti nella struttura feudale dell'isola e consolidatisi dopo il 1812 anche in conseguenza dello scioglimento dei vincoli feudali, ma soprattutto per la penetrazione del capitale straniero, prevalentemente inglese, già iniziata nella seconda metà del Settecento in alcune industrie di derivati dell'agricoltura (pp. 55-56).
A rigor di termini dopo la costituzione del 1812, dopo cioè l'abolizione ufficiale della feudalità, non si dovrebbe più parlare di struttura feudale in Sicilia, vigendo ormai, almeno giuridicamente, in forza anche delle leggi eversive della feudalità seguite a quella costituzione, un regime fondato sulla libera proprietà. Il problema viene quindi agitato con termini giuridicamente impropri. Ma di fatto il feudalesimo esiste; esiste nello spirito con cui vengono ancora intesi i rapporti sociali e, soprattutto, nella pratica con cui sono regolati i rapporti di produzione e nel predominio morale ed economico che esercitano gli altolocati e i grandi proprietari terrieri della nascente borghesia. È vero che, specialmente per l'introduzione del capitale straniero, una notevole modificazione avviene nella fisionomia economica dell'isola, ma questa modificazione è assai limitata e appena tocca le tre grandi città costiere, Palermo, Messina e Catania. Nei comuni specialmente dell'interno neppure s'è sviluppato un vero e proprio artigianato che dia un tono nuovo alla società. Cosi a Sclafani, dopo la morte dell'appaltatore, restano financo sospesi i lavori per la costruzione del cimitero, avvegnaché in quella piccola comune non esistono murifabbri (nota s. d., ma del 1870 diretta al prefetto in Arch. St. Palermo, Pref. Gab., b. 28, fase. 5, cat 1). Considerato che, in generale, le condizioni sociali permangono quasi immutate per effetto della concentrazione in poche mani della proprietà terriera, che i ceti rurali, ancora in istato di dipendenza, costituiscono quasi l'intera popolazione dell'isola, la semi-feudalità di cui parla il Romano deve pertanto intendersi, secondo noi, come, per così dire, una lieve cornice che tocca appena qualche città delle coste, cosa del resto da lui implicitamente ammessa.
L'abolizione della feudalità con la costituzione del 1812, com'è efficacemente dimostrato, non fu effetto d'una richiesta dal basso, da parte dei ceti popolari, ma una graziosa concessione dei ceti dominanti, fatta in definitiva, per quel momento storico, a proprio esclusivo vantaggio. Questa abilità politica della classe dirigente siciliana nel saper trarre partito da ogni occasione per consolidare la sua posizione di predominio, il Romano rivendica ancora nel secondo saggio (Il '48, p. 73-107), che, se è pure alquanto schematico, mette tuttavia bene a fuoco il processo attraverso cui ai rafforza l'alleanza già iniziata tra aristocratici e borghesi.
Il problema centrale anche in questo saggio è pertanto la ricerca dei motivi economie! che hanno posto nel 1848 la borghesìa (che prima esercitava nel