Rassegna storica del Risorgimento

UMBERTO I RE D'ITALIA ; COMANDINI ALFREDO
anno <1954>   pagina <728>
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728 Libri e periodici
prio patrimonio terriero, alacremente ai adopereranno per convogliare l'aspira­zione alla terra dei ceti che ne erano sprovvisti, verso i beni rurali ecclesiastici.
Nel quadro della situazione che viene maturandosi in Sicilia, pagine interes­santissime sono anche quelle in coi il Romano descrive i dissensi e i contrasti manifestatisi circa i mezzi più conducenti alla liberazione della patria, in seno al Comitato di azione rivoluzionaria formato da alcuni esuli siciliani a Torino, prima e sul terreno pratico dell'azione, dopo, allorché l'impresa dei Mille rese possibile il ritorno nell'isola degli emigrati.
Sull'opera svolta dagli esuli siciliani dopo il 1848, sulla loro attività politica, sul loro organizzarsi in comitati, molto aveva scritto il compianto prof. Ugo De Maria, il quale però (cfr. La Sicilia nel Risorgimento Italiano, op. ine), secondo le tendenze allora prevalenti, aveva rivolto la sua indagine principalmente sugli uomini che della soluzione hiopictnontesc furono poi i maggiori esponenti. Il Romano in quelle pagine ci fa invece conoscere altri aspetti dell'emigrazione sici­liana prima ignorati e spiega meglio le ragioni del contrasto di opinioni che precedette il plebiscito.
I/A. posa la sua maggiore attenzione naturalmente sul Crispi per il peso che egli eserciterà sugli avvenimenti successivi fino alla fine del secolo e intorno a lui esprime giudizi che a volte suonano invero alquanto severi. Il Romano è uno studioso anche dei moti dei Fasci dei Lavoratori su cui ha già dato alle stampe un prezioso saggio limitatamente all'attività di Rosario Garibaldi Bosco (in Movimento Operaio, a. IV, n. 6, novembre-dicembre 1952, pp. 893-953). Forse nel giudicare l'attività del Crispi nel 1860, egli risente alquanto del concetto che ai è potuto formare di lui per la sua azione repressiva spiegata in occasione di quei moti, sicché insiste a ricercare gli elementi che possano meglio spiegare la sua azione futura.
A noi non pare che l'azione del Crispi nel 1860, quale esponente del governo prodittatoriale sia dettata esclusivamente da spirito reazionario (non si spieghe­rebbe l'avversione a cui allora è pure fatto segno dalla corrente moderata; egli poi nel 1860 è ancora ben lontano da quell'ossessione unitaria a cui accenna il Gramsci, Il Risorgimento, Torino, 1949, p. 77), ma piuttosto da opportunità poli­tica, per raccogliere attorno al movimento per l'unità nazionale, che era allora il problema sentito come il più impellente, il maggior numero di forze possibile io un paese in cui la tendenza predominante era in definitiva rappresentata dai moderati, sia autonomisti che unitari* Era, questa, una forma di conciliazione in cui peraltro erano d'accordo i maggiori esponenti del garibaldinismo. Lo stesso Garibaldi, pur di guadagnare sempre maggiori simpatie al movimento da lui capeg­giato, non ebbe scrupolo oltre che a chiamare al governo da lui formato gli uomini più rappresentativi del moderatismo isolano, primo fra tutti il Torrearsa, a partecipare anche, quale rappresentante di Vittorio Emanuele in Sicilia, iti poncho e camicia rossa, alla solenne cappella reale tenuta in cattedrale a Palermo, pochi giorni dopo il suo ingresso, per ricevere, a capo coperto, seduto sul più alto trono, l'incenso dall'arcivescovo celebrante, e giurare di conservare intatti i privilegi connessi alla corona dell'antico regno, secondo un'antica tradi­zione locale che si rinnovava ogni volta che un viceré assumeva il governo del­l'isola (cfr. G. CATALANO, Le ultime vicende della Legazia Apostolica, Catania, 1950, p. 18 e p. 127-28).
Siamo però d'accordo con il Romano neli'ammettere che la politica conci­liativa seguita dal governo garibaldino fin dal suo inizio abbia finito per fare il gioco dei moderati conservatori a detrimento delle aspirazioni delle classi popo­lari. Ma a ciò contribuiscono altri motivi di ordine nazionale (si ricordi l'atti­vità, svolta sottomano dal La Farina e soprattutto dal Cordova alle dirette dipen­denze del governo di Torino, di cui ora si hanno nuove rivelazioni noi Carteggi del Cavour), e internazionale (evitare un inasprimento di rapporti specialmente