Rassegna storica del Risorgimento

ILLUMINISMO ; LIBERTINI ; RADICATI DI PASSERANO ALBERTO
anno <1954>   pagina <793>
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Dai libertini agli illuministi 793
anziché del critico, il quale dissente dall'altrui interpretazione. Tanto più che, per dissentire, bisogna avere una propria competenza sull'argomento del quale si discute, laddove noi teniamo a fare esplicita professione d'in­competenza. Anziché di rilievi crìtici veri e propri, si tratta insomma di sfumature, di punti sui quali si sarebbe potuto, forse, porre un accento ove più, ove meno deciso di quello che vi abbia posto il Venturi. Minuzie, alla fine dei conti, delle quali non varrebbe nemmeno di parlare, se non si trat­tasse di una monografia tutta intessuta di finezze e come tale invitante anche il recensore a qualche peccato di agudeza storiografica.
Una prima osservazione potrebbe essere fatta a proposito della forma­zione culturale del Radicati. A pag. 20, il Venturi riporta un giudizio di un anonimo polemista, verosimilmente parente del conte di Passerano, secondo cui quest'ultimo sarebbe stato senza studio di retorica, né di filosofia, né di legge, e lo commenta dicendo che quel che il suo eroe imparò, lo apprese vivendo in famiglia ed a corte, osservando la Torino del primo Settecento, ricercando e leggendo libri che lo dovevano portare lontano. Ed ha senza altro ragione, anche se si potrebbe, a questo punto, ricordare quanto già scriveva il Gobetti nel Risorgimento senza eroi,, a proposito del dilettan­tismo del Radicati, nel cui procedere a sciabolate, quasi nell'illusione che pochi colpi bastino a raddrizzare il mondo, sembra davvero che si riveli una certa superficialità da dilettante o da autodidatta, cui sfugga la reale complessità dei problemi in giuoco. Un'analisi, però, dei vari filoni, che si possono individuare nella cultura d'autodidatta del nostro Piemontese, varrà forse a portarci a conclusioni non prive di valore per l'interpretazione stessa della sua figura.
Se non c'inganniamo, invero, nella cultura del Passerano è visibile un primo strato di generica cultura classica (Livio, Plutarco, Tacito), che non si potrebbe riferire altrimenti che a quegli studi giovanili, condotti sotto la guida di un irate, cui accennano le note autobiografiche del nostro. Altret­tanto evidente è un secondo filone, costituito dal complesso dei tradizionali testi aurei del machiavellismo e tacitismo anticuriali del Seicento italiano: Tacito, il Machiavelli, il Davila, il Guicciardini, il Sarpi, il Boccalini, a pro­posito del quale ci sarà concesso di rilevare come buona parte dell'introdu­zione alle citate note autobiografiche, cioè al Récit fidelle et contigue de la religion des canibales modernes, non sia altro che una fedele parafrasi di uno dei Ragguagli di Parnaso. Ed è ben chiaro che questo filone non è rife­ribile altrimenti che all'atmosfera delle polemiche anticuriali e regalistiche della Torino di Vittorio Amedeo II, cui può in buona parte riferirsi altresì un terzo filone della cultura radicatiana, vale a dire le sue letture di storia e polemica ecclesiastica, ancorché esso presenti una complessità e ricchezza di motivi assai superiori ai precedenti. Per un verso, infatti, vi ricompaiono i nomi più consueti della cultura storico-ecclesiastica italiana e per cosi dire tradizionale, quali il Platina, il Pan vini o ecc.; per un altro, vi figu­rano letture teologiche, che vanno dai Padri della Chiesa agli scrittori del Medioevo e addirittura a quelli della Controriforma, come S. Roberto Bel­larmino (di cui. tuttavia, sarebbe difficile scernere quali provengano dav­vero da diretta conoscenza dei testi e quali viceversa siano semplicemente citazioni di seconda mano, tratte da quella polemica anticuriale e regali-stica, di cui sopra dicevamo); per un terzo lato, infine, vi sì rivela una