Rassegna storica del Risorgimento
ILLUMINISMO ; LIBERTINI ; RADICATI DI PASSERANO ALBERTO
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1954
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796
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796 Giorgio Spini Franco Venturi
venne da una scandalosa bega scoppiata fra i religiosi della Consolata e quelli di S. Agostino, il Venturi dimostra che quella bega avvenne nel 1716, oltre un anno prima della fatidica data 1718. Né la cosa può sorprenderci, dato che il nostro scriveva la propria autobiografia, non già sotto forma di storia assillata da scrupoli di esattezza cronologica, ma di romanzo fantastico, ed in uno stato d'animo, per di più, che ben poco gli consentiva di pesare su bilancine da farmacista i propri ricordi di un decennio avanti
In conclusione, questa data 1718 non può essere presa come un'indicazione tassativa, ma come un semplice punto di riferimento autobiografico. Come la scoperta delle imposture fratesche avvenne, verosimilmente, un po' prima dei venti anni, così le letture protestanti e bibliche, conseguenza di tale scoperta, possono benissimo esser state fatte qualche mese od anno dopo il 1718. In questo caso, però, si arriverebbe ad una congettura quanto mai interessante: poiché il Venturi ritiene di potere assegnare ai primi del 1719 la partenza del Radicati per la Francia, ove egli si sarebbe trattenuto sino al 1721, i primi contatti del nostro col mondo ideologico della Riforma non sarebbero avvenuti tanto nel Piemonte sabaudo, quanto nella Francia della reggenza del duca di Orléans. Il che quadra molto di più con quello che sappiamo dell'uno e dell'altro ambiente, nonché con altri dati biografici del nostro, che possiamo spigolare qua e là.
Chi avrebbe potuto procurare, infatti, libri protestanti al Radicati, mentre era ancora in Piemonte, attorno al 1718? Il Venturi parla dei valdesi, dei commercianti stranieri allora dimoranti a Torino o dei militari protestanti al servizio dei Savoia, nonché delle accuse rivolte a Vittorio Amedeo II, da parte clericale, secondo cui il monarca subalpino avrebbe avuto un contegno verso gli ecclesiastici paragonabile a quello dei protestanti. Ma vediamo se ognuna di queste piste di ricerca possa o meno condurre a resultati positivi.
Dei valdesi, il suo stesso finissimo senso critico consiglia al Venturi di sbarazzarsi subito, notando come di essi non si parli neppure negli scritti del Radicati. Et pour causel Tutta la popolazione valdese esistente in Torino a quel tempo, secondo mi censimento del 1726, si riduceva ad una dozzina di persone: un banchiere, qualche garzone di bottega ed un po' di domestiche. Che una dozzina di servette campagnole e di garzoni di bottega abbia avuto un'influenza qualsiasi sull'evoluzione spirituale del conte di Passerano, fa sorridere soltanto a pensarlo. E non parliamo poi dei montanari delle Valli Valdesi vere e proprie, ove del resto il Radicati non mise mai piede. Questi poveri diavoli, tutti occupati a scansare il pericolo di altri guai, dopo quelli spaventevoli che li avevano decimati qualche anno prima, avevano proprio altro da fare che passare libri eretici di sottomano ai membri dell'aristocrazia torinese...
Quanto ai mercanti o militari stranieri, allora viventi in Piemonte, direi che vale anche per loro un discorso non troppo dissimile. Qualche libro lo avranno magari avuto, a casa propria; qualche culto riformato lo avranno frequentato, nella cappella di un ambasciatore straniero: qualche frate avrà magari declamato contro di loro, istigando Vittorio Amedeo II a cacciarli via dai suoi Stati. Però tutto finiva li. Né le declamazioni dei frati predicatori dovevano essere molto differenti da quelle rituali contro i perfidi giudei, né i mercanti dovevano avere molta voglia di perder i clienti od i