Rassegna storica del Risorgimento

ILLUMINISMO ; LIBERTINI ; RADICATI DI PASSERANO ALBERTO
anno <1954>   pagina <805>
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Dai libertini agli illuministi 805
nullismo. È vero clic egli non sente Descartes e Leibniz, ma, appena giunto in Inghilterra, tanto s'interessa a Locke da citarne le idee gnoseologiche in una lettera da lui indirizzata a Vittorio Amedeo II. E Locke, non Descartes e Leibniz, è il filosofo del nascente illuminismo. È vero che non si occupa di economia politica e di scienza della natura. Ma questa è una prova dei limiti della sua volontà e capacità d'assorbire la civiltà inglese, in cui venne a trovarsi, piuttosto che una prova della arretratezza culturale del Pie­monte, in cui egli si formò. La sua evoluzione non ci appare strana, anche se rivolgiamo lo sguardo al di là delle Alpi. Basta pensare al giovane Vol­taire, che scrisse YEdipo prima di scrivere le Lettere e che trovò Newton dopo essersi appassionato al problema dell'origine delle religioni, alla politica del suo tempo o alla poesia giocosa, a problemi e temi che hanno, insomma, un forte sapore libertino. La distanza posta da Spini tra Radicati ed i pionieri francesi dell"illuminismo esiste senza dubbio ed è anzi molto forte (il confronto con il giovane Montesquieu è particolarmente probante), ma propenderei a credere che questa distanza è minore di quanto forse non reputi Spini, toute proportion gardée, beninteso, tra il solitario abitante di Torino, Passerano e Casalborgone ed i grandi nomi che, per amor d'esem­plificazione, gli si son voluti raccostare.
Per quanto riguarda l'elemento protestante, Spini inclinerebbe, se non ad escluderlo del tutto, per lo meno a limitarlo ben più fortemente di quel che avevo creduto di poter fare, interpretando le scarse e reticenti testimo­nianze che ci rimangono sulla formazione e lo sviluppo di Radicati.
Sul piano biografico, Spini può aver perfettamente ragione. Nulla ci prova che Radicati non leggesse Calvino e Lutero ed altre opere eretiche;, durante il suo breve soggiorno in Francia. La cronologia di una autobio­grafia romanzata, quale è il Recit, è terreno molto infido e non è da esclu­dere ohe quelle opere egli le trovasse a Besancon, nella Francia meridionale: o a Parigi. Chiunque rilegga con occhio critico le parole del Récit non puo> non restar colpito dall'acutezza dell'osservazione e dell'ipotesi avanzata da Spini. Tuttavia non vorrei che la ricerca del quando (1718 o 1719-1721?) e del dove (Piemonte o Francia?) portasse a sminuire il valore della testimo­nianza fornitaci da Radicati sul come avvenne la sua conversione. Qual'è il punto di partenza della sua rivolta e della sua eterodossia? Ritengo che bisogna prenderlo in parola e rispondere: la reazione contro la devozione popolare e la vita ecclesiastica del suo tempo. La sua conversione è, cioè, profondamente radicata nel Piemonte del suo tempo, anche se potè trovar alimento nelle letture fatte durante il viaggio in Francia o, naturalmente, più tardi nell'esilio inglese. Del resto, uno almeno degli autori che egli ci dice aver letto ventenne, farebbe pensare piuttosto ad una ambientazione piemontese che non transalpina. Si tratta del pastore ginevrino Pictet. Questi era largamente noto in Europa al principio del Settecento ed i suoi libri poterono esser trovati da Radicati un po' ovunque egli passò nel suo giro­vagare, ma è pur curioso notare che egli scelga proprio un autore ginevrino (e non, ad esempio, olandese) ed uno scrittore, aggiungerò, i cui libri dovet­tero penetrare piuttosto largamente in Piemonte in quegli anni. Il vecchio fondo della Biblioteca Nazionale di Torino ne possiede tutta una collezione, derivante da un'origine che ora è difficile stabilire con esattezza, ma che è certo molto antica. E di Pictet Radicati cita un'opera proprio nell'edizione