Rassegna storica del Risorgimento

ILLUMINISMO ; LIBERTINI ; RADICATI DI PASSERANO ALBERTO
anno <1954>   pagina <806>
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(W> Giorgio Spini - Franco Venturi
del 1716, di poco anteriore, cioè, al momento delle sue prime letture ere­tiche , e dì un anno nei quale il conte di Passerano si trovava ancora in Piemonte.
Ma anche se si volesse ammettere, ciò che non mi par probabile, che Radicati soddisfacesse le sue prime curiosità eterodosse soltanto durante il suo soggiorno al di là delle Alpi, non bisognerà per questo rompere il legame che egli pone esplicitamente tra la sua eresia e la Torino dei primi decenni del Settecento. In Piemonte egli tornò dopo il suo soggiorno in Francia e fu proprio allora, tra il 1721 e il 1726, che egli cercò di agire e di diffon­dere in qualche modo le sue idee. Non mi par possibile escludere un ele­mento protestante in questa sua attività. L'episodio della sorveglianza eser­citata dal re sull'educazione della figlia del conte e le connesse critiche di Radicati contro la confessione auricolare hanno un sapore, sia pur generi­camente, eretico. E quel che più conta, ritroviamo un elemento prote­stante nell'idea politica centrale di Radicati in quegli anni, nella speranza, .cioè, che Vittorio Amedeo II fosse capace di seguire le orme di Enrico Vili.
Ora proprio quest'idea può illuminarci e permetterci di precisare il ca­rattere del protestantesimo di Radicati. Non gli deriva, come anch'io avevo pensato in un primo momento, dall'ambiente in cui egli finirà per trovarsi in Gran Bretagna. È un'idea diffusa in Piemonte all'epoca di Vit­torio Amedeo H, come ho dimostrato, credo, sulla base di diverse testimo­nianze. Appare come uno spauracchio lontano agli occhi dei polemisti e degli apologeti della curia romana. Pericolo immaginario, ma che prende quella determinata forma, che assume il valore d'un mito d'Enrico Vili. Un protestantesimo tutto politico, tutto legato alla volontà del principe e alla ragion di stato. Un simbolo delle paventate conseguenze che avrebbero potuto derivare dai ricorrenti conflitti tra Roma e Torino.
Protestantesimo dunque ben lontano dalla teologia riformata del '500, ma vicino, ben più naturalmente, a quelli che erano i problemi e le idea­lità dei paesi protestanti tra la fine del Seicento e il principio del Settecento, e, soprattutto, di quell'Inghilterra che era il fulcro delle coalizioni contro Luigi XTV. Mi par difficile negare che anche il Piemonte non partecipasse, in una misura che bisognerà precisare sempre meglio attraverso ulteriori ricerche, alle ideologie e allo spirito delle lotte contro il Re Sole. Comunque è certo che il 1696 segna un breve momento d'arresto e non una definitiva rottura dei contatti con il mondo protestante. Non bisognerà dimenticare, ad esempio, che proprio uno degli episodi più tipici di guerra di religione dei primi anni del '700, il tentativo, cioè, di rivolta nelle Cevenne, verrà appoggiato e attentamente seguito da Vittorio Amedeo II. Nella guerra di successione di Spagna e poi nel quindicennio di pace i fuorusciti francesi, i militari protestanti, i mercanti eretici, opereranno in Piemonte, in numero variabile, ma con un'efficacia che, forse, Spini è portato a sottovalutare. Le carte del Record Office i dispacci, cioè, dei rappresentanti inglesi alla corte di Torino, ci rivelano un quadro vivace delle difficoltà, ma anche dell'im­portanza dei Francesi fuorusciti diventati inglesi e attivi nella vita econo­mica del Piemonte. Quanto all'influenza esercitata dai militari, non sarei tanto negativo quanto Spini. La leggenda del barone Lcutrum è pur sempre rivelatrice. I conflitti per ragione di religione non sono infrequenti. Né, soprattutto, bisogna dimenticare ohe il problema ha un valore più generale