Rassegna storica del Risorgimento
PANTALEONI DIOMEDE ; MEZZOGIORNO
anno
<
1955
>
pagina
<
173
>
H Mezzogiorno all'indomani delV unificazione, ecc. 173
verno del Re a mantenere l'unità, a non rimuovere le troppe, a governare il paese, poiché sentono bene, che senza cid, essi sarebbero le prime vittime d'ogni cambiamento: vittime per così dire sociali e non politiche, aggiungiamo noi, dal momento che quei fedeli borbonici non potevano temere tanto le vendette politiche quanto i torbidi sociali connessi con un mutamento di quel genere. ,
Tutto ciò si presta a due considerazioni che mi sembrano interessanti. In primo luogo l'analisi del Pautaleoni ci aiuta a comprendere quale carica di sovvertimento sociale fosse o sembrasse essere nel movimento legittimista, che difatti, negli anni seguenti, più di una volta e in più di un luogo stringerà alleanza con elementi del partito più avanzato, con grave preoccupazione personale di Mazzini, che socialmente era ben fermo sulle sue posizioni con-eervatricì. La seconda considerazione da farsi mi pare questa: che se una parte di ricchi signori di sentimenti borbonici erano diventati, come testimonia il Pautaleoni, i più tenaci assertori e sostenitori dell'unità, si spiega perchè poi lo stesso Pautaleoni avesse a lamentare l'inerzia, l'inefficienza, la debolezza del partito moderato, e, per contro, l'attività e il coraggio del partito di azione, che fatalmente finiva per rappresentare esso solo il vero patriottismo italiano, ponendo in luce ancora peggiore il Governo unitario che si appoggiava su quei borbonici-unitari-moderati, per così chiamarli, e perseguitava invece quelli che sui campi di battaglia avevano dato prova dei loro sentimenti, ma dalla parte di Garibaldi e non di Francesco II. Ecco perchè alla domanda Hawi dunque un forte partito pel Governo?, il Pautaleoni era costretto a rispondere: Gli è ciò che non oserei certo affermare, ed anzi stando alle osservazioni mie, il partito che potrebbesi dire governativo, composto di uomini egregi e pacifici, è talmente timido, sì poco attivo, si poco energico, che salvo qualche onorevole eccezione i fautori del Governo lascerebbero cadere senza stendere un braccio o correre un solo pericolo per aj-tarlo.
Naturalmente questa situazione provocava una fatale catena di errori: dovendosi il Governo appoggiare su un partito unitario di quella formazione
1 ) Forse il caso più tipico di alleanza ira legittimisti e mazziniani ai ebbe in Sicilia, protagonisti, dopo l'uccisione del generale garibaldino Giovanni Corrati avvenuta misteriosamente il 2 agosto 1863 ma quasi certamente per mandato della Questura (cr. EDOARDO PANTANO, Memorie dai rintocchi della Gancia a quelli di S. Giusto, voi. I (1860-70), Bologna, Azzoguidi, 1933, pp. 131 sgg.), da una parte l'ex garibaldino Giuseppe Badia dall'altra il capo dei borbonici marchese Vincenzo Mortillaro di Villaniarina (in proposito cfr. le sue Reminiscenze, Palermo, 1865, p. 296 e ANDREA MAURICI, La genesi storica della rivolta del 1866 a Palermo, Palermo, Priulla, 1916, pp. 315-16). In quella occasione il Mazzini, pur rendendosi conto della necessità di non abbandonare a se stessa la frazione repubblicana che faceva capo al Badia, esprimeva lo sue preoccupazioni per quel tipo di alleanza scrivendo a Rosario Bagnasco e a Saverio Friscia rispettivamente due e una lettera, che si possono ora vedere in Scritti edili e inediti, Ediz. Naz., voL 80, p. 292. e voi. 81, pp. 17-26 e 114. Ma già prima, noi dicembre 1863, quando i propositi di un'insurrezione armata in Sicilia erano radicali e diffusi, il fedele mazziniano Giorgio Asproni, scrivendo a Saverio Friscia e prospettando il pericolo di una sollevazione armata nell'Isola, paventava soprattutto che tale sollevazione potesse assumere un carattere indipendentista, evidentemente a causa delle naturali alleanze che, nella lotta, si sarebbero venate stabilendo tra repubblicani e separatisti (cfr. la lettera del 23 dicembre 1863 da Genova in FRANCESCO GUARDIONE, Saverio Striscia, Napoli, Priore, 1913, pp. 82 sgg.). A sua voltail Friscia ammoniva nello stesso senso il Governo (cfr. la sua lettera diretta al giornale L'Appetto In dota 16 dicembre 1863,*, pp. 86 sgg.).