Rassegna storica del Risorgimento

PANTALEONI DIOMEDE ; MEZZOGIORNO
anno <1955>   pagina <174>
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Paolo Alatri
e fisionomia, si comprende come fosse costretto all'indulgenza verso i borbo­nici e alla severità verso garibaldini e mazziniani. Come il Pantaleoni confer­ma sia nelle lèttere come nella relazione, il gen. Cialdini, mentre gravava la mano nella politica di repressione e nella lotta contro il brigantaggio, aveva tentato contemporaneamente un riavvicinamento con gli uomini più popola­ri e più. stimati del partito d'azione, ma onesto riavvicinamento aveva messo subito in allarme i benpensanti e difatti dovette ben presto essere abbando­nato. Il Pantaleoni affermava esplicitamente: Io stimo debito nel caso nostro di riaccostarsi alquanto a quel partito più attivo, più energico, che sembra essere più ascoltato dal popolo, e riferiva che molti egregi uomini lamentano la scissione con Garibaldi, e l'allontanamento dei suoi e il sospet­to nel quale sono quasi coloro che più attivi si mostrarono per lui e per la rivoluzione. Ebbene esortava di tali uomini bisogna tener conto, e con tali nomini onesti è facile intenderai . Ma d'altra parte era anche co­stretto a registrare che se dopo l'energia spiegata dal Cialdini la fiducia nel Governo si era in generale accresciuta, nelle classi superiori e commercianti, com'egli le chiamava, era nato il timore che il Governo si mostri troppo in­dulgente per il partito esaltato e possa farsi ingannare e trasportare da esso. Insomma, non si doveva abbandonare la stretta, anche a costo che la pacifi­cazione del paese, che era nell'interesse comune, diventasse una mèta molto più lontana e difficile da raggiungere. l'effettivo prevalere di questi interessi conservatori spiega il corso allora preso dal governo nel Mezzogiorno, cioè spiega uno degli aspetti salienti della questione meridionale.
Come si vede, lo stesso Pantaleoni, pur chiedendo anch'egli come il D'A­zeglio un cambiamento di politica, restava incerto tra le opposte esigenze. Ciò non toglie ch'egli vedesse abbastanza chiaro in alcuni dei grandi problemi il cui interesse e la cui importanza trascendono i limiti del Mezzogiorno per diventare problemi di valore assolutamente nazionale. Mi riferisco soprat­tutto al problema della terra e a quello della politica ecclesiastica.
Comune è in quegli anni il riconoscimento che in gran parte dalla fame traeva la sua origine il doloroso fenomeno del brigantaggio, che le condizioni dei contadini meridionali erano ancora peggiorate dopo l'unificazione. Il gen. Govone, il Franchettà, il Sonnino, il Caruso, il Villari, ci hanno lasciato in proposito affermazioni e dimostrazioni inequivocabili. Tutta la documenta­zione che ho trovato sia nell'Archivio di Stato di Roma che nell'Archivio di Stato di Palermo sulle condizioni delle provincie meridionali quali appari­vano agli stessi rappresentanti del Governo in quel primo decennio unitario conferma appieno questa dura realtà. 11 Pantaleoni visitava il Mezzogiorno quando era ancora troppo presto perchè un giudizio comune si fosse formato; egli anzi, come abbiamo già sottolineato, andava alla scoperta di quelle re­gioni, che erano ancora completamente sconosciute non soltanto ai governanti torinesi, ma anche agli esuli meridionali, che, emigrati da lunghi anni, ave­vano perduto ogni forza nel paese, sia per l'assenza, sia perchè le nuove cognizioni e principj appresi nell'esilio meno si attagliavano con la intelli­genza e condizione del popolo napoletano, tanto che il Pantaleoni era co­stretto A riconoscere aver essi fatto nel governo mala prova. Così scono­sciute le reali condizioni del Mezzogiorno, tanto maggiore è il merito dell'in­viato da Minghetti ncll'aver visto chiaro in alcune questioni fondamentali inerenti alla terra.