Rassegna storica del Risorgimento

CATTOLICI ;"CIVILT? (LA) CATTOLICA"; GIORNALISMO
anno <1955>   pagina <261>
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La rivoluzione italiana e La Civiltà Cattolica 261
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gliante ad un giorno che ci sfolgorasse tutto a un tratto nel merìggio. Se voi volete entrare nell'ardua impresa di comporre il dissidio fra la Chiesa e il secolo, fate di piegare l'opinione del secolo alla Chiesa: ma quanto a piegar questa alla opinione del secolo è bestemmia anche il solamente dirlo possibile. Gioberti è il grande traviato, il grande ingannatore, che ha insegnato a rinnegare la vera fede per quella della patria e dell'indipendenza nazionale; è il troppo famoso Abbate, i cui scritti tanto hanno contri* buito alle sciagure dell'Italia e allo sconvolgimento degli intelletti. Se Prete Gioberti ha insegnato all'Italia allocca che si può bene andare in Pa­radiso da chi ha rinnegata la fede purché si sia adorata la Patria, egli non ha ancora confermata con miracoli la nuova dottrina, e vi ripeto, per farla entrare nella convinzione dei popoli ci vogliono degli anni assai. Per ora la società cattolica crede che il morire per la indipendenza italiana non ischiude le porte del Paradiso a veruno, potrebbe schiudere le porte dell'Inferno a parecchi. Nessuno poi dovrebbe oggi saperlo meglio dell'Italia la quale si è veduta corsa, devastata, oppressa dai suoi liberatori (I, 1, 187188).
Gioberti è individuato come il rappresentante dei politici razionali, uomini che non adorando altro nume che la dea ragione, si mantengono e si professano ugualmente lontani dagli eccessi socialisti e dalla rettitudine dei retrogadi: " meteora popolare " che si è spenta tuttavia " nel buio e nel silenzio " .
Ma se la fama del Gioberti è finita, i suoi principi perdurano: l'Italia cattolica è novizia ancora nel nuovo genere di seduzione eterodossa che la invade : il cattolicesimo, la Chiesa, il soprannaturale del Gioberti e dei politici della scuola razionale non sono quelli dei Papi, dei Concilii, del­l'Episcopato, della Chiesa (I, 1, 305).
La condanna dell'uomo e del pensatore, il cui spirito anticattolico vor­rebbe congiungere Cristo e Mammona, che avrebbe ridotto il cattoli­cesimo e la Chiesa ad essere strumento di godimenti terreni, di beni umani e definitiva. Né potea essere altrimenti in un uomo che col più pomposo apparato di forinole trascendentali e sopraccelesti non sa levarsi di un dito sulla sfera dei sensi ignobili, e fitto col grugno nella terra, non sa apprez­zare, forse neppur capire cosa veruna che non sia terra; e chiamo,terra anche le glorie, l'unità italiana e la indipendenza. Fuori di codesto cerchio egli non ha conosciuto l'economia cattolica che per vilipenderla, maledirla, im­precarla, e volgerla in un deriso che appena saria sopportabile nei postriboli e nelle taverne. Va senza dire che vita eterna, salute dell'anima, perdizione e geenna sono quisquilie per il nostro abbate, alle quali si provvede abba­stanza con l'adorare la patria e morire per la libertà. Sue idee predilette sono Cristo socratico in morale, platonico in politica ed esecutore delle grandi idee di Giulio Cesare; il catolicismo niente altro che lo svolgimento della ragione; l'eroismo cristiano sostanzialmente lo stesso che il pagano... L'ob­bedienza religiosa, l'abnegazione di sé, il distacco, l'abbandono dei beni della tèrra, la mortificazione dei sensi, la rinunzia degli onori, l'Umiltà cristiana..., quanto ci ha insomma di strettamente soprannaturale nell'Evangelio, tutto condannato, schernito, reietto, con una procacia portentosa che solo la cedo alla ipocrisia farisaica ond'é condita (I, 1, 1, 493). Novello Demiurgo, la cui ascesa fu trionfale ma rapido il tramonto; esaltato, festeggiato, in­censato, incielato, proclamato il sommo degli scrittori, dei filosofi, dei poli-