Rassegna storica del Risorgimento
CHIASSI GIOVANNI
anno
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1955
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pagina
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350
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350 Alessandro Magnaguti
nano mantovano; invitato, partecipa anche lui alla congiura notturna in casa Benintendi.
Ma mentre l'anima sua era protesa tutta verso l'ideale santo di avere una patria, soffiava pene indicibili perchè, mentre aveva una madre che adorava, in malferma salute, egli, incapace a frenarsi in quel santo ardore patrio, ne accresceva le sofferenze fìsiche e morali; il padre, magistrato austriaco, d'altro lato, si trovava nella posizione più critica e in pericolo di essere per colpa sua licenziato. Come poteva dunque egli vivere in pace? L'agitazione dell'animo suo tra ragioni così contrastanti doveva essere angosciante. Ciò nonostante la causa santa della Patria lo divorava; pur essendo figlio devoto ed affezionatissimo dei genitori, egli militava involontariamente contro i suoi stessi sentimenti. Ma il martirio dell'animo suo era appena all'inizio. Avvertito in tempo dal Castellazzo, il futuro delatore suo compagno di scuola, che suo padre (capo della Polizia) deve arrestare i congiurati all'indomani della riunione notturna, per sfuggire alla cattura si vede costretto a prendere la dura via dell'esilio e da un'ora all'altra abbandona genitori, patria, amici, studi, interessi, tutto. Quale strazio per un figlio così affezionato, giovane e tanto sensibile, dover abbandonare i genitori quando più avevano bisogno di lui.
Ancora senza un titolo di studio, è costretto a condurre la vita più miserabile, tra stenti indicibili; nonostante fosse stato di condizione agiata, si vedeva ora costretto a stendere la mano, ne si vergognava di accettare da amici e parenti offerte di 5, 10 lire (per quanto in buona moneta d'allora) quasi umilianti offese piuttosto che efficaci soccorsi. Ma l'indifferenza poi e l'incomprensione dei più (non illudiamoci, anche allora i veri amanti della patria erano pochissimi) gli doveva pesare sull'anima come un macigno; in lui carattere forte, intelligenza antiveggente, animo intrepido, indomito, sicuro dell'immancabile vittoria, continuava a fiammeggiare ardente l'amor di patria. I suoi discorsi erano talmente infiammati di amor patrio, che dagli stessi patrioti era scansato, evitato come ho saputo dai discendenti del Tassoni; quando questi si intratteneva con lui, sua moglie gli mandava la figliuoletta (che fu poi Libera Niccolini) a distoglierlo dagli infiammati ragionamenti politici del Chiassi che avrebbero potuto procurargli serie noie dalla Polizia. Ma il Chiassi era fiamma inestinguibile, amava appassionatamente la famiglia e si vide costretto ad abbandonarla. Avrebbe potuto essere ricco, ma preferì abbandonare i suoi interessi e vivere esule e miserabile. Avrebbe potuto abbracciare qualche carriera con i più brillanti risultati, ma vi abdicò e fu a stento se riuscì a laurearsi in ingegneria a Pavia. Poteva formarsi una famiglia, vi rinunciò perchè non poteva concepire che si potesse vivere senza prima esser liberi. Nell'età in cui ogni animo giovanile sente nascere quel nuovo affetto che lo conduce a formare la sua famiglia, Chiassi è talmente preso dall'affetto per sua madre, da così sviscerato ardor patrio e della sua Castiglione che, anche a quell'ideale e pur legittimo affetto egli volontariamente rinuncia, non senza certamente un nuovo e pur enorme sacrificio della sua anima gentile e ardente. Tutto brucia in olocausto sull'altare della patria. Non ci consta ch'egli nutrisse altro affetto. Anzi sull'argomento scabroso della morale era così grave e severo ohe riferiscono i suoi biografi, che qualora in sua presenza, cosa così facile ad ascoltare nel rozzo ambiente militare, qualcuno osava intavolare discorsi