Rassegna storica del Risorgimento

1852 ; REPUBBLICANI ; MONARCHICI
anno <1955>   pagina <359>
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Lotta fra rivoluzionari-repubblicani, ecc. 359
B Petroni, per ipuri, prima rettifica le premesse, considerando non vera l'asserzione che, per il colpo di stato di Luigi Napoleone in Francia, il partito repubblicano sia venuto a mancare della base d'operazione, giacché base del partito rivoluzionario non era stata e non era la Francia, ma quella qualsiasi nazione oppressa, dalla quale incominciasse la rivoluzione, e di li ai estendesse e progredisse, stimando essi che la rivoluzione dovesse essere come un im­pulso eterno.
Inoltre, afferma che la posizione non era affatto cangiata, perchè la com­pressione tirannica imperiale, invece di far cadere o indebolire lo spirito rivo­luzionario del popolo, bisognoso di miglioramenti e di elevazione, lo avrebbe eccitato e irrobustito, così da prepararare il popolo stesso a far urto contro la prepotenza, ad abbatterla e ad annientarla*
La osservazione che il Comitato democratico europeo e il Comitato nazio­nale italiano residenti in Londra non avevano associato abbastanza la rivo­luzione italiana alla rivoluzione francese, gli porge occasione di fare un attacco -contro il concorrente Comitato formatosi allora a Parigi, propugnatore di un'alleanza fra le nazioni di razza latina, Francia, Spagna e Italia; e afferma che era un impicciolire, anzi un annientare il concetto propugnato dal partito -rivoluzionario, dell'alleanza dei popoli, senza pur degnarsi di confutarla, anche se, come pareva, secondo alcuni, si intendesse, porre un argine al Panslavismo dilagante e minaccioso.
Biasima acerbamente il Comitato latino, postosi agli ordini del despota francese, ed esalta le virtù, dei popoli liberi, che da soli si debbono scegliere le vie da percorrere e le istituzioni con le quali reggersi* S'intrattiene sulle arti -adoperate da Luigi Napoleone per trionfare, definendole illusorie, giacche i -principi, guidati soltanto dai loro egoismi, non potranno mai agire per il bene dei popoli, ma determineranno sempre la loro rovina. Essi sono sempre stati e saranno sempre contro il progresso e la civiltà, che segnano il cammino ascendente degli uomini e dei popoli. Ed è inutile portare l'esempio di Napo­leone I, perchè il suo dominio potè durare per le guerre e le vittorie, che tra­vagliavano e illudevano incessantemente i sudditi, e non per l'esercizio del potere che, senza quelle, non avrebbe potuto prolungarsi che assai poco. I perniciosi effetti della centralizzazione, che avevano fatto Parigi arbitra della nazione sono colla crisi del Decembre naturalmente cessati, perchè quella crisi ha tolto a Parigi tutto il prestigio e tutta la supremazia morale che da mezzo secolo esercitava sui dipartimenti.
Napoleone s'intruse nell'Assemblea repubblicana, e riesci a consumare l'usurpazione, cancellando dalla costituzione ciò che forma l'essenza della so­vranità del popolo, il Suffragio universale; e il Bonaparte ha simulato resti­tuire al popolo quel sacrosanto diritto, convinto com'era che il popolo del 1852 non si piegherebbe a rmunziarlo mai, né a patire in pace ch'altri glielo tolga, e che Bisognava gettare questa polvere negli occhi del popolo per averlo, jse non aderente, neutrale. Ricorda come spirava allora aria di reazione; anche il Piemonte, dopo esser stato, egli afferma, forzato dall'attitudine del popolo a conservare la costituzione, ora attacca di fronte la libertà della stampa (Al­lusione a ila legge De Foresta sulle offese contro i capi di Stato stranieri, di­scussa al Parlamento subalpino nell'inverno e primavera del 1852), la più preziosa delle franchigie costituzionali, e assoggetta l'emigrazione alle noie di una polizia mquisitoriale che i forzati liberali subirebbero a mala pena.