Rassegna storica del Risorgimento
QUADRILATERO ; AUSTRIA ; LOMBARDO-VENETO ; STRATEGIA
anno
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1955
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pagina
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377
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La funzione politico-militare del quadrilatero ecc. ZÌI
Verona era diventata veramente la pietra angolare dell'ormai celebre Quadrilatero, e, allo scoppio della guerra, l'esercito austriaco, comandato da uno dei suoi migliori generali, l'arciduca Alberto, forte di 75.000 nomini vi si raccoglieva prontamente per attendervi a pie fermo l'urto di 180.000 Italiani.
Per quanto il Pollio nella sua opera Custoza esprima il parere che, in sostanza le fortificazioni del Quadrilatero non fossero poi cosa tanto terribile, tuttavia riconosce che fra le quattro piazzeforti, Verona era quella che meritava la più. seria considerazione, in quanto destinata sicuramente ad essere il perno di manovra dell'esercito imperiale, e soggiunge: sembrava quindi logico che, di tutti i piani, quello che offriva maggiori probabilità di riuscita fosse quello di bloccare il Quadrilatero dal Sud, per penetrarvi attraverso il Mincio, puntando decisamente su Verona per darvi battaglia, oppure per immobilizzarvi l'arciduca Alberto e proseguire quindi a seconda del risultato conseguito.
Sono note le divergenze fra il Lamarmora ed il Cialdini che portarono alla deprecata divisione delle forze e ad un concetto operativo sibillino dal quale dovevano derivare tutte le nostre sventure. Concetto poco chiaro, infarcito di parole inconcludenti, ondeggiante fra l'offensiva e la presa di una posizione nel bel mezzo del Quadrilatero senza un determinato obbiettivo militare.
E intanto il nostro bell'esercito, forte di 180.000 uomini, che con il suo peso avrebbe potuto schiacciare l'esercito austriaco e darci finalmente ima vittoria tutta nostra da scrivere sul libro della nostra redenzione, venne diviso in due monconi:
Quello del Mincio, di 100.000 uomini, agli ordini del Lamarmora per la azione dimostrativa nel Quadrilatero;
Quello del Basso Po di circa 80.000, agli ordini del Cialdini, per la invasione del Veneto; considerata questa azione principale ma da effettuarsi solamente se ed in quanto fosse riuscita la prima.
Senonchè l'arciduca Alberto, appena avuta la percezione del disegno italiano, e soprattutto della insperata divisione delle forze, concepì il suo disegno di manovra inteso a battere per linee interne prima l'una e poi l'altra massa.
Trascurando per il momento il Cialdini che si limitò a far osservare con un minimo di forze la sera del 23 giugno l'arciduca disponeva per lo schieramento delle sue armate sulle alture di Castelnuovo, S. Giustina, e Sona, col proposito di fare poi una conversione a sinistra, appoggiare la propria destra al Mincio e quindi puntare verso sud e cogliere cosi sul fianco sinistro il Lamarmora che credeva diretto verso il medio Adige per congiungersi con il Cialdini. Ne è risultata la battaglia di Custoza.
Non è qui possibile ricostruirla e tanto meno analizzarla. Sacrifici, eroismi, ardimenti, iniziative, tutto venne frustrato da insipienze inaudite, cocciutaggini incomprensibili, tragiche rivalità, autentiche inettitudini, ma soprattutto da assoluta mancanza di azione di comando da parte di chi ne aveva tutta la responsabilità di fronte al Paese.
Il Pollio dice testualmente: Seguendo attentamente l'andamento della campagna non si riesce a comprendere ohi comandasse l'esercito italiano, e ciò non solo nel primo periodo, ma anche nel secondo.