Rassegna storica del Risorgimento

DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; FERDINANDO II RE DELLE DUE SICILIE
anno <1955>   pagina <420>
immagine non disponibile

420 Alfredo Ricci
aveva abbassato le regie insegne di Filippo d'Orléans, proclamando la Repub­blica.
L'importanza di tali avvenimenti non poteva sfuggire ai regnanti ed ai liberali della penisola, e mentre i princìpi forzati dagli avvenimenti che velo­cemente maturavano, si accingevano a concedere riforme liberali, i patrioti milanesi insorgevano contro l'Austria, scacciando dalla metropoli lombarda, nelle gloriose cinque giornate, ventimila tedeschi capitanati dal maresciallo Radetzky, offrendo cosi l'occasione al Piemonte di dichiarare la guerra all'Au­stria, ed alla Toscana di sollevarsi ed inviare verso il teatro della guerra quei giovani volontari che dovevano poi gloriosamente immortalarsi a Cinta­tone ed a Montanara. La politica delle riforme iniziata arditamente dal Papa, con la concessione delle garanzie liberali al suo Stato e l'invio di truppe in aiuto del Piemonte, destò l'entusiasmo generale dei patrioti, che divenne de­lirio, allorché costituitasi la Lega italiana, Pio IX fu benedetto ed esaltato dalle popolazioni, che riconobbero in lui il capo morale della nuova politica liberale inaugurata nella Penisola.
Ferdinando II, convinto della necessità imprescindibile di introdurre riforme nel suo Regno, ove il fermento ad opera dei patrioti cresceva di giorno in giorno, si era affrettato in tempo, come ho già detto, a licenziare il Del Car­retto ed a ricomporre il Consiglio dei Ministri con personalità apertamente liberali, giurando la Costituzione avanti ai principi ed ai diplomatici stranieri, ed ordinando la mobilitazione delle truppe, che agli ordini del generale Guglielmo Pepe, già condannato a morte per i moti carbonari del 1820, era ritenuto allora il più alto esponente militare del patriottismo.
Gli ascritti alla Giovine Italia, assai numerosi, propugnavano natural­mente, tendenze repubblicane ed estremiste, in unione alla gioventù ed ai deputati radicali, quasi tutti seguaci dell'idea mazziniana. Questo elemento, in notevole minoranza, si imponeva, però, con la violenza nelle assemblee che precedettero la convocazione della Camera e con pubbliche dimostrazioni piazza iole, facendo giustamente temere alla parte moderata, prossimi av­venimenti sanguinosi nel Regno. Tale preoccupante stato di cose, aiutato dall'estrema rilasciatezza del Governo, degenerava in continue pubbliche manifestazioni e consentiva ad aumentare il disagio generale, offrendo l'oc­casione a più vivi fermenti, senza obbiettivi ben definiti, spesso per finalità assurde non condivise dalla parte sana del Regno.
In provincia di Salerno, l'insurrezioue del gennaio nel Cilento, sempre pròno a sollevarsi, guidata da Costabile Carducci, era già trascesa ad eccessi sanguinosi, con l'uccisione del vice capo urbano di Casalvclino, De Feo, di un certo Rosario Rizzo a Saleuto e con la spietata fucilazione del barone Andrea Maresca di Serra Capriola, capo urbano di Ascea, avvenuta esclusivamente per atroce vendetta privata e del tutto indipendente da qualsiasi causa poli­tica o liberale.
In tali difficili circostanze si preannunziava imminente l'apertura della Sessióne della Camera, fissata per il 15 maggio, nella sala minerologica del palazzo di Montcoliveto. L'arrivo in Napoli dei deputati che rappresen­tavano i collegi delle varie provincic del Regno, molti dei quali erano accom­pagnati da masse armate insurrezionali, forni nuova esca al generale ecci­tamento; tra questi liberali spiccavano elementi esaltati, pronti a ritenere qualunque circostanza anche lievissima, sufficiente per giustificare la violenza,