Rassegna storica del Risorgimento

DEMOCRAZIA ; CATTOLICI ; MOVIMENTO CATTOLICO
anno <1955>   pagina <443>
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Liberalismo e democrazia, ecc. 443
tura; e non tutti hanno il coraggio o la capacità di affrontarli con quella logica intrepida e temeraria che era stata la forza della Destra storica, con quella fede esclusiva e quasi messianica nello Stato e nella Nazione che aveva dispensato dal richiedere l'intervento di altri e diversi poteri, la collabora­zione della Chiesa o della religione, la partecipazione del clero o dei cattolici.
Il liberalismo dei primi del secolo non è più quello che aveva portato l'Italia all'unità ed ai primi anni di regno: non più il culto dei grandi prin­cìpi che avevano presieduto all'edificazione dello Stato, non più la fede nel diritto e negli ideali giuridici che aveva consentito le prime affermazioni della legislazione riformatrice, non più la coscienza di una missione da com­piere a qualunque costo, di una distruzione dei privilegi e delle prerogative, ecclesiastiche da attuare a vantaggio non solo della nuova comunità nazio­nale ma pur dello stesso Pontificato (se si voleva restituirlo alla sua antica dignità, riportarlo alla sua funzione apostolica e missionaria, ricondurlo alle sue origini evangeliche e democratiche). Un programma, come quello ideato dal Ricasoli nel 1866 per la libertà della Chiesa, non avrebbe trovato più nemmeno un deputato disposto a sostenerlo o a discuterlo; l'interesse per le leggi ecclesiastiche, che un tempo era stato grandissimo, che aveva portato a memorabili battaglie parlamentari, che aveva acceso polemiche e contrasti accaniti e prolungati, era ormai ridotto al minimo, non si esten­deva al di là di alcuni esponenti politici, di alcuni difensori delle vecchie tradizioni giurisdizionalistiche, di alcuni indipendenti, in ogni caso non arrivava alle classi popolari, ai nuovi strati introdotti nel circolo della vita nazionale dal socialismo e dai movimenti di sinistra; il distacco tra società civile e società ecclesiastica si approfondiva gradualmente, si allargava ogni giorno, ma non a vantaggio della prima, non a favore delle sue conquiste e vittorie (che erano i progressi della vita religiosa a impressionare i laici, la restaurazione degli studi, il riordinamento dei seminari, il procedere del pensiero cattolico per vie proprie, autonome, orgogliosamente staccate da quelle della cultura liberale).
La questione romana non rappresentava più quel punto di differenzia­zione e di antitesi che pur aveva costituito per tanti anni: la maggioranza dei liberali sentiva come ormai il 20 settembre fosse un dato acquisito, non
più soggetto a discussioni, a contestazioni, a revoche; qualcuno si irritava ancora alle affermazioni temporalistiehe dei vari congressi cattolici d'Italia o di fuori ma in cuor suo avvertiva che si trattava di manifestazioni vel­leitarie o chisciottesche, di questioni d'onore o di puntiglio, assai più che di motivati impegni all'azione. La stessa evoluzione della politica estera del Pontificato favoriva i disegni di distensione e di compromesso: nonostante il brindisi dell'Arcivescovo Lavigerie, nonostante l'augusta Lettera ai fran­cesi del 1892, la politica del ralliement era ormai fallita, il tentativo rampolli ano di riproporre la questione romana alle potenze attraverso la nuova Triplice (come diceva Domenico Farini) rappresentata da Papato, Francia, Russia definitivamente consegnato alla storia con la caduta del gabinetto Meline, il prevalere definitivo dei radicali, l'affare Dreyfus (preludi tutti alla legge di separazione del 1905).
I motivi di contrasto, anche sul piano politico contingente, finivano col cedere a quelli di consenso o di accordo: la rete dei sindacati e delle coo­perative cattoliche, che si estendeva a vista d'occhio nel Veneto e in Lom-