Rassegna storica del Risorgimento
DEMOCRAZIA ; CATTOLICI ; MOVIMENTO CATTOLICO
anno
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1955
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pagina
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448
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448 Giovarmi Spadolini
Fase di transizione: come tale la sentono ì cattolici, quest'ora di negoziati, di accomodamenti, di intese locali o centrali in vista di fronteggiare il socialismo, di salvaguardare la pace sociale, di difendere quelle stesse condizioni fondamentali che consentiranno alla Chiesa i più grandi snccessi di domani. Fase di transizione e di preparazione insieme: in vista di uno svuotamento graduale delle assise laiche e liberali dello Stato, in vista di un ritorno alla posizione di preminenza cattolica che sarà consacrata dalla guerra e dal dopoguerra. Nessuno dei ministeri che si succedono in Italia nei primi quindici anni del '900 ingaggerà una vera battaglia con la Chiesa, scenderà sul terreno delle leggi eversive, neppure inasprirà le disposizioni del passato.
Non Giolitti: l'uomo che ha escogitato la formula delle parallele, che non sente in cuor suo il contrasto necessario ed immanente fra Stato e Chiesa, che ha modo di constatare l'importanza e influenza sociale della religione, che ha forse nel suo animo una vena di religiosità riservata, sotterranea, quasi pudica, che lo allontana da tutte le volgarità e trivialità dell'anticlericalismo, che lo pone in una linea di antitesi insuperabile alla morale del-l' Asino, alla mistica dei Ferrer, alla retorica dei Fodrecca. Giolitti: l'uomo che valuta i problemi economici più delle polemiche ecclesiastiche, che sente l'amministrazione prima della politica, che avverte le esigenze fondamentali del nuovo Stato, l'immissione delle nuove classi produttive, la conciliazione col proletariato, la trasformazione dell'Estrema Sinistra, e non sarebbe disposto a ritardarle o a sacrificarle per quelle affermazioni categoriche, apodittiche, clamorose, che tanto sarebbero piaciute ad un Càspi. L'uomo che non apre alcun negoziato con la Chiesa, che non pensa mai alla conciliazione, che non sosta neppure un momento sull'ipotesi di una monarchia guelfa, ma che ha egualmente superato, nel ricordo e nello spirito, l'eco delle grandi battaglie della Destra storica, che non difende un particolare ideale di Stato derivato da una meditazione filosofica o da una convinzione religiosa, che non penserebbe mai, neppure per un attimo, a sfruttare il modernismo per iniziare dall'interno la riforma della Chiesa. L'uomo che non ha un particolare amore per le organizzazioni cattoliche nel campo del lavoro, che non vede di buon occhio l'apostolato del clero regolare o secolare, che non vorrebbe, da vecchio piemontese, l'interferenza del sacerdozio nella vita pubblica, ma è prontissimo ad afferrare l'utilità di una collaborazione delle falangi cattoliche organizzate per le elezioni del 1904 e poi del 1909 e poi ancora del 1913, che non esita a concludere il Patto Gentiloni, allorché si tratti di incanalare le acque del suffragio universale. E un uomo, Giolitti, che ha spezzato gli schemi del passato, che ha superato le alternative di una volta, che ha vinto le indulgenze e le inclinazioni retoriche di un'intera generazione italiana: che vede tutti i problemi nazionali da un angolo visuale diverso, realistico, oggettivo, un tantino (ma non troppo) disincantato.
In chi, come Sennino, la tradizione della Destra dovrebbe sopravvivere, nessuna particolare fisionomia di politica ecclesiastica, nessun indirizzo che sia sufficiente a differenziare i suoi ministeri da quelli di Giolitti, che serva a caratterizzare la sua azione e a distinguerla da quella dell'antico rivale, a giustificare il tipo ideale che Alberimi ne ha tracciato sul Corriere detta Sera* quasi a rinverdire i lontani miti del Risorgimento. Nò si può dimenticare che fra i suoi amici, fra gli esponenti della sua frazione, si distìnguevano pure i conservatori che non avrebbero mai recato un disturbo o un fastidio alla